L’innamorato alienato

Descrivere cosa provasse per Lei non è esercizio adatto ad esser risolto col linguaggio.
Si sarebbe costretti ad usare parole come amore.
O fede.
O devozione.
O altri vocaboli come questi; parole il cui suono, la cui forma resta comunque troppo distante da ciò che vorrebbero significare.
L’unico modo per cercare di spiegarlo è dire cosa, per Lei, avesse fatto.
Tutto. Semplicemente tutto.
Non c’era niente che lui non fosse disposto a fare, per Lei.
Per Lei aveva smesso di vedere gli amici, di colpo, senza spiegazioni, abbandonandoli come paesi di passaggio.
Per stare con Lei aveva rinunciato al pranzo della domenica da mamma.
Solo per Lei, per poterLa vedere più spesso, aveva lasciato il lavoro, che pure cominciava ad ingranare.
Per non sottrarre tempo a Lei aveva interrotto qualsiasi tipo di hobby o attività.
E adesso per Lei sarebbe morto.
Perché capisse davvero quanto completamente lui Le appartenesse.
Perché tutti comprendessero quello che provava per Lei.
E a finché tutti potessero comprendere, tutti avrebbero visto.
Così prese la telecamera, la mise sul cavalletto.
Prese la beretta dal comodino di camera.
Non avrebbe fatto nessun discorso d’addio, né si sarebbe dilungato in inutili scuse.
Non ce n’era bisogno.
Non c’era nulla di cui scusarsi.
Se ne sarebbe andato col nome di Lei sulle labbra. Nient’altro.
Il nome di Lei, l’ultima parola ad uscire dalla sua bocca, il francobollo della definitiva lettera d’amore.
Accese la telecamera.
Si puntò la beretta alla tempia e fissò la luce rossa davanti a lui.
Era pronto.
Ancora un respiro profondo, l’ultimo.
Inspirò.
Penso a Lei, al suo dolce nome.
Espirò.
Disse: ”Italia1!”.
Poi tirò il grilletto.

af

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