Dal terrazzo di via del Popolo

Dal terrazzo di via del Popolo
stanotte che tanto non dormo
fumo guardando il porto
le luci, color del tuorlo
dell’uovo e le gru
enormi cicogne dai colli
bianchi e rossi. Le osservo
beccare scatole
dalla pancia delle portacontainer,
una alla volta. Penso
agli uomini seduti là dentro,
e a me. E ritrovo pensieri
smarriti da tanto.
Via Carducci qui sotto è deserta,
fenomeno raro, e guardando
il porto stanotte, io riassaporo
il sogno
che facevo da piccolo,
che quelle gru in realtà non fossero
gru, ma dormienti
creature ancestrali e gli uomini
dentro di loro dei domatori.
Le immaginavo allora svegliarsi,
staccarsi,
dalle banchine, andarsene
in giro, ma senza
fare casini, riunirsi alle gru
dei porti vicini,
formare un esercito di gru portuali
per difenderci
da feroci nemici spaziali.
Sognavo allora di essere anch’io
un giorno un uomo capace
di salvare il mondo, un indomito
domatore di gru…
Guardavo davvero troppa tv.
Oggi, che ho l’età che allora
pensavo buona per essere un mito
mi ritrovo da solo in terrazzo
a fumare mentre passa un ubriaco
incerto sulla bicicletta,
nella notte tiepida del Canaletto.
“Que sera sera!”,
canta, zigzagando stonato, e io
faccio i conti con la realtà.
Davanti a me, tra le luci del porto
non ci sono eroi né creature,
ma immensi
macchinari complessi e semplici vite
che si consumano lente, scandite
da piccoli allarmi, da lunghe sirene.
Le vite di uomini
e donne cui nessuno ha affidato
il compito importante e segreto
di salvare il mondo, ma quello
molto più assurdo di spostarlo soltanto
un poco più in là,
un pezzo alla volta,
un contenitore alla volta,
un teu alla volta.
Getto, la sigaretta nel vuoto, guardo
allontanarsi l’ubriaco,
poi le gru
che non son altro che gru e penso
che sarebbe meglio
non ricordarsi mai,
da adulti, dei sogni
che facevamo da piccoli.

af

 

2 pensieri su “Dal terrazzo di via del Popolo

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