Essere Oslo

Mi sento solo,
mi ci sento sempre.
Lo penso e lo scrivo
ossessivamente,
su un foglio bianco
con una penna stilo. Scrivo:
io sono solo.
Io sono solo.
Io sono solo.
E scrivendolo trovo
la soluzione, per caso,
nascosta bene,
in un guizzo di disgrafia.
Anagrammo per sbaglio
la solitudine mia, e di questo
“io sono solo” ne faccio
un “io sono
Oslo”.
E di colpo
non sono più solo
un essere umano,
ma un’intera città
di oltre seicentomila abitanti.
Sorgo bellissimo
alla fine di un fiordo,
son capitale d’un regno,
ho navi attraccate
alle mie solide braccia
e case
dai tetti spioventi,
e pubblico verde,
e alci e studenti
a passeggio
per le mie vene d’asfalto. Tanti
voglion venire da me,
son meta ambita!
Per i musei
d’arte, la storia
vichinga e l’alto
tenore di vita
che so garantire.
Ma soprattutto ho l’onore
e il dovere – questo
non tutti lo sanno –
di consegnare un premio Nobel
per la pace ogni anno.
Sì, è bello, davvero bello,
piacevole, salutare
starsene in pace ad immaginare
di essere Oslo!
Sentirsi pulito,
efficiente, ammirato,
importante,
esempio di grande cultura. Sì,
ma è una gioia
che invero non dura
che un misero istante, perché
poi penso che anche
fossi Oslo comunque
non saresti con me,
ché tu, adesso,
vivi nel Veneto
a Belluno, e io
a Oslo, oltretutto,
non conosco nessuno,
non so nemmeno parlar norvegese,
pochissimo inglese: fossi
Oslo avrei proprio tanti
problemi nel farmi capire
dai miei stessi abitanti, sarei
ancora solo, forse
più solo di prima,
ché a volte basta l’assenza
di una sola persona
a rendere
un’intera città
disabitata.

af

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