Guardavo un anziano

Guardavo un anziano
che guardava un cantiere
le mani in mano
dietro la schiena
era vestito da anziano
coppola in capo
un impermeabile grigio
pantaloni di velluto
a coste marroni e le scarpe
che hanno solo gli anziani.
Stava fermo e guardava
oltre un muretto
l’andatura scattosa
di una ruspa giallina tutta
screziata di fango,
operai stranieri e italiani
che parlottavano fitto
muovendosi lenti.
Osservava ogni cosa
scuoteva la testa deluso.
Mi son fatto vicino
gli ho chiesto che stessero costruendo.
Un supermercato, mi ha detto.
Gli ho chiesto
se fossero bravi.
Ha tolto una mano da dietro la schiena
ha fatto un gesto generico
ma carico d’esperienza
mi ha spiegato che no
stavano commettendo un errore
dopo l’altro,
dopo l’altro.
Me li ha tutti spiegati, gli errori.
Aveva un’aria così competente
che quando ha finto gli ho chiesto:
ma lei cosa fa?
Son pensionato, mi ha detto.
Ok, ho dett’io, ma prima? Era un muratore?
No, mi ha risposto.
Carpentiere? Gli ho chiesto.
No.
Architetto?
Nemmeno.
Ingegnere civile? Geometra?
Lattaio.
Lattaio?
Lattaio, sa quella latteria
all’inizio di via indipendenza?
No.
Eh, non c’è più.
Mi dispiace.
Quando c’era era mia.
Capisco.
Poi non ci siamo detti nient’altro.
Siamo rimasti lì ancora un po’
fianco a fianco
a seguire i lavori.
Poi mi sono stancato
gli ho chiesto, lei resta?
Mi ha detto sì con la testa.
Allora ho preso coraggio
gli ho fatto la domanda che volevo
fargli fin dall’inizio
gli ho chiesto: ma lei
perché resta qui?
Che cos’è di preciso che guarda?
Non si è voltato
continuava a osservare il cantiere
gli operai che adesso
stanchi spostavano travi
mi è sembrato
che le sue rughe si approfondissero
mi è sembrato
trattenesse una lacrima
ma non sono sicuro.
Ha preso fiato
ha indicato il cantiere
ha detto con calma:
sto guardando
un pezzo del mondo
che esisterà
dopo di me.

af

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