La fabbrica delle nuvole

Che brutto esser morti
e non starsene sotto terra,
ma doversi svegliare ogni mattino
uscire di casa, far
colazione al bar Gino
con le brioches dall’intenso sapore
di plastica,
i cappuccini bollenti.
A me da morto sarebbe piaciuto
non fare niente,
una bara comoda
di legno buono, resistente
all’umidità e una lapide
di marmo limpido con l’epigrafe:
“qui giace
in pace
Andrea Fabiani”. Invece
quando è capitato che sono morto
sono andato nel paese dei morti
-non c’è l’inferno, non c’è il paradiso.
Il purgatorio nemmeno –
c’è questo paese dei morti
che è un capannone senza confini
dentro ci lavorano i morti, tutti
i morti del mondo
alla catena di montaggio
delle nuvole.
Sì, le fanno i morti, le nuvole.
Quella storia del ciclo dell’acqua
è falsa
è un depistaggio, un complotto.
Dopo il trapasso mi son presentato
all’ufficio all’ingresso, San Pietro
nella destra reggeva
il mio curriculum vitae.
Mi ha detto: è un brutto momento.
La crisi, mi ha detto,
le congiunture economiche
internazionali.
Dobbiamo delocalizzare, mi ha detto San Pietro,
ma leggo che lei è disponibile
a trasferimenti e viaggi all’estero.
Sorrideva, San Pietro,
d’un sorriso sospetto. Così
son tornato nell’aldiqua.
Sono morto si, ma ogni giorno
mi sveglio alle cinque
mi trucco da vivo,
prendo l’autobus alle sei e un quarto
poi cambio e ne prendo un altro
poi un altro.
Raggiungo una posto segreto.
In un bunker segreto
nel profondo d’una montagna
segreta, io
e altri morti come me
fabbrichiamo le nuvole.
Cominciamo alle otto.
Facciamo turni da dieci ore.
Senza la pausa pranzo, tanto siam morti.
Senza il tempo di una sigaretta, tanto siam morti.
Non veniamo pagati, tanto siam morti.
La sera torniamo a casa
stanchi morti.
Il giorno dopo da capo.
Quando da vivo vedevo
le nuvole, io pensavo
pensieri d’indipendenza, provavo
un senso profondo di libertà.
Non immaginavo per niente
quanta morte
e sofferenza
ci fossero dietro.

af

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