Bruciature

Ho conosciuto Chiara quand’ero al secondo anno di università. Lei era una matricola, avevamo qualche amico in comune, ci hanno presentati a una festa, poi ci siamo incontrati nei vasti e freddi corridoi dell’ateneo, poi abbiamo cominciato a pranzare insieme, in mensa, prima, e in qualche bar vicino alla facoltà dopo. E un pomeriggio, con la scusa di prestarle gli appunti di un esame che io avevo già sostenuto l’anno prima, l’ho invitata a salire nel mio appartamento, le ho offerto una birra e abbiamo fatto l’amore.
Chiara era fidanzata con Mauro fin dalle scuole medie. Io questo Mauro non l’ho mai visto, aveva interrotto gli studi dopo il diploma per cominciare a lavorare nell’officina meccanica di famiglia. Lei diceva che il loro era un rapporto speciale, che erano cresciuti insieme, che sapevano tutto l’uno dell’altra, e che non aveva nessuna intenzione di troncare con lui, non la considerava una cosa possibile. L’unico problema che Chiara aveva con Mauro era a livello fisico. Non facevano l’amore da mesi, non c’era nessun tipo di intesa tra loro. Cosa che invece c’era naturalmente, fin da quel pomeriggio, tra me e lei. Io sopperivo a questa mancanza di Mauro e rendevo la vita di Chiara completa.
A modo suo lei fu onesta con me, me lo disse subito che non lo avrebbe mai lasciato e che tra noi era solo sesso. Io la ascoltai e le dissi che andava bene, ma in realtà ero troppo giovane per ascoltarla davvero. Prima ancora di potermene rendere conto mi ritrovai completamente innamorato e le sue parole, quella nostra specie di accordo, non contarono più niente per me.
Le sere che lei usciva con lui e io restavo a casa a far finta di studiare mi dicevo che il suo era solo un modo di ingannarsi, di proteggersi per paura della separazione, ma che presto avrebbe dovuto ammettere a se stessa che era con me che voleva stare. Mentre aspettavo che questa inevitabile evoluzione avvenisse cercavo di amarla meglio che potevo, cercavo sempre di estorcerle qualche ammissione su come fossi l’unico capace di regalarle piacere. Quando ci incontravamo in università non mancavo mai di farle qualche battuta spinta o di sussurrarle all’orecchio, senza farmi sentire da altri, quanto la desiderassi proprio in quel preciso momento.
A volte, quando eravamo a letto, abbracciati, le descrivevo il modo in cui immaginavo la nostra vita insieme, le chiedevo se non pensava anche lei che sarebbe stato bello fare un viaggio, arredare una casa, crescere un figlio. A questi miei discorsi Chiara rispondeva con dei sì forzati, di circostanza, pronunciati in direzione della parete. Ogni tanto si metteva a piangere, in silenzio, cosa che mi faceva sempre sentire in colpa per averla fatta parlare di cose a cui preferiva non pensare.
Interpretavo male tutto, anche quelle lacrime.
Mi sentivo un egoista a cercare di estorcerle ammissioni che, ritenevo, non era ancora pronta a fare. Mi dicevo che il mio amore per lei doveva essere capace di aspettare, che tanto un sentimento così grande avrebbe trovato un modo per imporsi, come un corso d’acqua che alla prima piena si riprenda l’alveo da cui era stato artificialmente deviato.
Andammo avanti così, amandoci in pomeriggi e mattine rubate a qualche lezione o alla biblioteca e allo studio, per quasi un anno. Poi lei una sera venne a dirmi, con voce tranquilla, che era incinta. Di Mauro.
Mi disse, quasi piangendo, che le dispiaceva da morire, che si sentiva come se mi avesse tradito, che andare a letto col suo fidanzato, cosa che prima di quell’unica volta non succedeva da mesi, non le aveva dato nessuna emozione.
Le chiesi che cosa avesse intenzione di fare.
Mi rispose che comunque avere un figlio era sempre stato il suo desiderio.
Le dissi che lo sapevo bene che era sempre stato il suo desiderio, che ne avevamo parlato tanto e che immaginavo che alla fine sarebbe successo, ma con me.
Lasciò passare qualche secondo poi disse quello che in realtà era fin troppo ovvio e logico, pure. Disse che non aveva intenzione di interrompere la gravidanza. Disse che, anche avesse voluto, non avrebbe saputo come giustificare la cosa con Mauro: lui guadagnava abbastanza da poter mantenere una famiglia, se entrambi fossero stati disposti a fare dei sacrifici. Così disse.
Poi, come a impedirmi di replicare, aggiunse che avrebbe tanto voluto poter essere due persone, avere due vite, e passarne una con me. Disse di non volermi perdere.
Mi voltai su quest’ultima frase e me ne andai, odiandola. Ovviamente non ci vedemmo mai più a casa mia, né fuori dall’università, ma non potevo fare a meno di incontrarla a lezione. E ogni volta che la vedevo riuscivo a pensare soltanto a lei e al suo fidanzato che facevano l’amore, vedevo lei sdraiata sulla schiena che allargava le gambe e lo accoglieva dentro di sé, la vedevo tendere i muscoli, arricciare le dita dei piedi, godere. Se la incontravo in corridoio la mia mente la immaginava sbattuta contro il muro, aggrappata a lui con le gambe intorno alla vita e le dita strette sulla sua schiena. Era l’unica cosa che avevo in più del suo fidanzato, il sesso, e ora non avevo più niente, e mi sentivo minuscolo, inadeguato. Facevo pensieri che mi facevano male, male fisico. Provavo un dolore che prima di allora mi era stato sconosciuto.
E non riuscivo a deviare la mia mente verso altre immagini, pensavo a lei e a lui a lezione, in autobus, a casa. Ci provavo, provavo sistematicamente a pensare ad altro, al calcio, alla musica, allo studio, ma era tutto inutile, quei pensieri si formavano nella mia mente in maniera del tutto incontrollata. E ogni volta che ne sbocciava uno era come se mi conficcassero con una martellata un chiodo nello stomaco. Se mi sdraiavo mi sembrava che una pressa venisse stretta sul mio torace.
Non avevo appetito, smisi praticamente di mangiare, tutto il cibo aveva il medesimo sapore, smisi di studiare, di pulire casa, di uscire la sera. Andavo ancora a lezione, ma non parlavo con nessuno, mi sedevo in fondo e scarabocchiavo frasi sul quaderno in attesa che le ore passassero.
Non vedevo nessuna via d’uscita.
Finché una mattina, facendo colazione di fretta, per paura di perdere l’autobus, presi la caffettiera dal fuoco e, portandola verso la tavola, inciampai nel tappetino di plastica che stava davanti al lavandino e mi versai il caffè bollente su pollice, indice e medio. Misi la mano sotto l’acqua corrente, ma non servì a molto, le dita mi diventarono di un intenso rosso porpora, e cominciarono a rimbombare di un dolore pulsante.
Non avevo nessun medicamento contro le scottature, in casa, così ci misi intorno dei fazzoletti bagnati e uscii.
Continuarono a pulsarmi per tutto il giorno. Era ormai la fine di maggio e ogni volta che le mie dita incontravo il caldo di un raggio di sole il dolore aumentava.
La sera arrivai a casa e ficcai la mano in una bacinella piena di acqua e ghiaccio. E finalmente provai sollievo.
Fu allora che realizzai quello che era successo. Per tutto il giorno non avevo pensato neanche una volta a Chiara, il dolore fisico aveva preso il sopravvento e mi aveva tenuto lontano dai pensieri che mi facevano male.
Sorrisi, ma solo un istante. Pensare che non avevo pensato a lei era pensare a lei, e subito lo stomaco torno a contrarsi e i polmoni tornarono a far fatica a trovare l’aria.
Allora accesi la fiamma del fornello piccolo della cucina e avvicinai le dita dell’altra mano. Le tenni sul fuoco solo un istante, il tempo di scottarmi appena. Il mio braccio si ritirò automaticamente, come fosse attaccato a una molla.
Di nuovo il dolore prese a pulsarmi nelle dita e risalì fino al cervello. Faceva male, ma era un male che si prendeva tutto lo spazio disponibile e mi consentiva di sopravvivere.
Cominciai a farlo sempre più spesso, cercavo di alternare le dita, per quanto possibile. Quando per caso mi capitava di incontrare Chiara nei corridoi della facoltà, subito mi mettevo a tormentare l’ustione più recente. Strusciavo il dito con la bruciatura contro il bordo del banco, chiudendo gli occhi, o ci conficcavo dentro un’unghia più forte che potevo.
Anche se allora ancora non fumavo, cominciai a portarmi sempre dietro un accendino. Se avevo giudicato male lo stato di guarigione di un dito, se stuzzicarlo non bastava a riprodurre una fitta d’intensità sufficiente a spegnere i miei pensieri, allora andavo in bagno e con l’accendino rinfocolavo l’ultima ustione.
Il dolore mi faceva tremare, ma stavo bene, dentro in quei momenti, so che non è facile da capire, io stavo bene. La bruciatura sulla pelle si gonfiava e diventava enorme, prendendo il posto di un’altra ferita, un’altra ustione che avevo da qualche parte, nello stomaco, in un posto che avrei dovuto chiamare anima.
Quella sofferenza, così reale, così contingente, riusciva ad assorbire tutto, come una spugna. Si allargava, mi avvolgeva, mi proteggeva. Grazie a quello mi trasformavo, non ero più i miei pensieri, non ero più i miei rimpianti o i miei sensi di colpa, non dovevo preoccuparmi di nulla. Io ero soltanto il mio dolore, la differenza, credo, stava tutta nel pronome personale.
Quel dolore era mio e di nessun altro, non era qualcosa che mi aveva fatto qualcuno, non era qualcosa che potevo solo subire, era una scelta, era qualcosa di creato da me.
Ogni tanto le bolle scoppiavano in uno sbuffo liquido di acqua limpida e densa. Allora la pelle sotto, nuovissima, diventava la mia nuova salvezza. Era così sensibile che bastava sfiorarla perché sentissi come un ago acuminato che mi si conficcasse nella testa. Ed era caldissima, quella pelle nuova, calda come il ricordo del sesso di Chiara. Allora e solo allora riuscivo a pensare ancora a lei, al suo corpo. Solo allora riuscivo a ricordare senza soffrire, ma con appena una tenue nostalgia, la sensazione di sole e di estate che provavo stando dentro di lei.
Poi un giorno una delle mie bruciature, sul polpastrello dell’anulare della mano destra, si infettò. Non era più tonda e bella, ma frastagliata di pus color crema, addensato ai margini come mucillagine su una spiaggia. In compenso pulsava ancor più di prima e davvero bastava solo un lievissimo tocco, a volte anche solo lo sfiorarmi i pantaloni camminando, per provocare un dolore capace di spegnere qualunque altra sensazione. Un dolore trionfante e redentore.
La fasciai bene, senza medicarla, solo per evitare che gli altri facessero troppe domande. Era un tipo di sofferenza ancora nuovo, sembrava non smettesse mai di gonfiare ed era caldissima. Non avevo più nemmeno bisogno di farmi altre ustioni, tutte le mie altre ferite guarirono rapidamente, ma non mi importava, ora avevo qualcosa di meglio. Quel piccolo dito fasciato di bianco era la mia bacchetta magica, appena mi sembrava di ricadere nei miei pensieri cupi lo prendevo nel palmo dell’altra mano e stringevo, mordendomi un labbro e serrando tutti i muscoli del corpo per non urlare.
Poi mi venne la febbre, scoppiò all’improvviso una domenica mattina, alta, ma avevo anche un po’ di raffreddore e pensai a un’influenza fuori stagione. Buttai giù una compressa di tachipirina e me ne tornai a letto.
Nei giorni seguenti però la situazione peggiorò, la febbre non scendeva nemmeno con gli antipiretici, mentre il raffreddore era completamente scomparso e non avevo nessun’altro sintomo d’influenza.
Allora tolsi la fasciatura al dito,  e vidi che era diventato tutto quanto rosso e gonfio come un peperoncino calabrese. A occhio e croce doveva aver raddoppiato la sua dimensione.
Passai ancora due giorni a letto, delirano e tremando, ma senza la capacità di pensare a nulla, solo col mio dolore fisico. Adesso l’anulare lo medicavo e cambiavo la fasciatura ogni giorno, ma non sembravano esserci effetti migliorativi, anzi.
Alla fine, quando il dito cominciò a virare verso una colorazione violacea permanente, mi decisi a trascinarmi fuori dal letto. Andai a bussare al mio vicino, un signore che aveva un negozio di alimentari sotto casa, e gli chiesi di accompagnarmi al pronto soccorso. Fece una faccia inorridita, quando vide la mia mano, ma accettò.
In ospedale furono costretti a ricoverarmi. Mi bombardarono di antibiotici, ma non ci fu nulla da fare.
Era un sabato mattina quando mi portarono in sala operatoria e mi tagliarono il dito. Due falangi dell’anulare.
Feci quasi un mese di convalescenza, a casa dei miei. Non mi fecero molte domande sull’accaduto, dissi che semplicemente non ci avevo fatto troppo caso, che ero impegnato con gli esami e concentrato solo su quello.
Per mettersi la coscienza a posto i miei mi spedirono a parlare con uno psicologo con cui fui estremamente reticente, confermando la versione del troppo studio e rincarandola parlando di pressioni della famiglia, di paura di fallire o di non essere all’altezza delle loro aspettative.
I miei si spaventarono per questa possibile loro responsabilità e non diedero mai più segno di preoccuparsi eccessivamente per i miei risultati accademici.
Io non ripresi più a farmi le bruciature, il dolore per la storia con Chiara non c’era più. La mia storia con lei era una cosa di cui nessuno sapeva niente, sia io che lei eravamo stati piuttosto riservati e non avevamo mai fatto confidenza a nessuno della nostra relazione, perciò adesso potevo considerarla come una cosa completamente cancellata, potevo amputarla via dalla mia vita insieme al mio dito.
Nel farlo, nel rendermi conto che era arrivato alla fine del mio autolesionismo, guardando la mia mano con quattro dita, decisi che non avrei mai più permesso che mi capitasse una cosa del genere. Non avrei mai più sofferto per amore, non sarei mai più stato schiavo dei miei sentimenti, non avrei mai più permesso ad un’altra persona di avere il controllo completo dei miei pensieri.
In estrema sintesi, decisi che non mi sarei mai più innamorato.
Passai quasi tutta l’estate nella casa al mare dei miei, leggendo libri, facendo lunghe nuotate e bagni di sole.
Saltai tutte le sessioni di esame estive, diedi un solo esame a settembre e a ottobre come niente fosse successo tornai a lezione.
Chiara non c’era più, seppi da una sua amica che aveva lasciato l’università e che ora lavorava come commessa in un negozio di scarpe del centro.
La rividi due anni dopo, ci incontrammo sulla via principale. La stavamo percorrendo in direzioni opposte. Era in splendida forma, spingeva un passeggino blu con a bordo un bambino biondo addormentato. Avvicinandoci uno all’altra rallentammo il passo, ma non ci fermammo. Forse tutti e due aspettavamo che lo facesse prima l’altro, non lo so. Quando fummo quasi di fronte lei sorrise leggermente, un sorriso in cui c’era solo imbarazzo.
Io invece non sorrisi. Feci una cosa che non avrei voluto, ma fu un riflesso involontario.
Alzai la mano per salutarla, la mia mano con solo quattro dita, con quello spazio inaspettatamente vuoto tra medio e mignolo.
La vidi sbiancare, le lessi in volto voglia di fuggire, paura, terrore, forse anche rimorso.
Rimase immobile, con le mani sul passeggino. Io continuai a camminare.
Non ci vedemmo mai più.

af

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