31 dicembre 2004

L’ultimo giorno dell’anno ho avuto la febbre.
Non altissima ma abbastanza per convincere mia madre a proibirmi di uscire.
Senza almeno un po’ di febbre, o una qualche altra motivazione convincente, mia madre non mi avrebbe mai permesso di restare a casa a capodanno. Lei voleva a tutti i costi che socializzassi.
O meglio, non voleva ritrovarsi a pensare di aver un figlio con dei problemi.
Nei giorni precedenti avevo provato a mangiare il tabacco delle sigarette, ma non era servito a niente. Non fatelo, non fa venire la febbre, fa solo schifo.
Allora ho cominciato a tossicchiare a cadenze regolari, ho detto che mi faceva male la gola e quando mi hanno messo il termometro me lo sono strofinato tra le mani come  se fosse uno stecco per accendere il fuoco.
È salito in un attimo a trentotto e mezzo, l’ho dovuto abbassare. Trentasette e tre, ovvero una temperatura oltre la stanghetta rossa, ma abbastanza bassa da far credere più al termometro stesso che alla mano su una fronte che non sembrava per niente calda.
E infatti mia madre ha detto esattamente così. “strano, non sembri caldo, – ha detto – ma se lo dice il termometro.”
Esultai, interiormente, avevo vinto: potevo non andare a nessuna festa senza fare la figura dello sfigato. Cioè sfigato sì, ma nel senso di persona sfortunata, non di sfigato sociale. C’è una bella differenza.
E comunque, dal mio punto di vista era un successo completo, un trionfo. Non ci tenevo per niente ad andare a qualche festa.
Che poi dico “qualche festa”, ma c’era un solo posto in cui realisticamente sarei potuto andare. Il classico festone, nella discoteca allestita per l’occasione all’interno palazzetto dello sport, nel quale si sarebbero rinchiusi praticamente tutti gli adolescenti di questa schifo città, era esattamente l’ultimo posto in cui avrei voluto trovarmi.
Ci saresti stata tu, con Marco.
Ci sarebbe stata la mia amica Chiara, con il suo tipo.
Ci sarebbe stato pure Gianni, sicuro.
Gianni a dire il vero era l’unico che mi aveva chiesto se volevo andarci.
Per dire quant’era disperato Gianni.
Mia madre è uscita da camera mia, è andata in sala ha parlottato un po’ con mio padre e poi è tornata in camera mia. È venuta a scusarsi con me: avevano il tavolo prenotato sul lungomare, e poi i biglietti per il concerto a teatro. A malincuore, ma non potevano proprio restare a casa a farmi compagnia, che il ristorante oltretutto lo avevano scelto loro e sarebbe stato scortese nei confronti degli amici non presentarsi.
Le ho risposto che non si preoccupasse, che capivo benissimo.
Prima di uscire la sera, mentre fuori a intervalli irregolari già esplodevano botti impazienti, mia madre mi ha dato un bacio. Sulla fronte.
Era una cosa che non faceva da non so quanto tempo.
Doveva sentirsi davvero in colpa.
Mio padre invece mi ha messo una mano sulla spalla, come al solito. Ha detto solo “buona serata”.
Non era ironico, era serio.
Mi avevano lasciato un piatto di cotechino e lenticchie che ho mangiato senza riscaldarlo, lentamente, seduto in vestaglia al tavolo di cucina, guardando la televisione. Prima il discorso a reti unificate del presidente Ciampi e poi il varietà di San Silvestro su rai uno.
Nel varietà c’era un evidente alone di tristezza, ma era una tristezza palesemente finta.
Era solo che era passata meno di una settimana dallo tsunami, centinaia di migliaia di morti, il numero preciso non si sapeva ancora. Comunque troppi per fare festa come se niente fosse.
Almeno in televisione, fuori era un’altra storia. Ma la gente che era a casa a gozzovigliare come tutti gli altri anni della propria vita avrebbe trovato immorale e assolutamente inaccettabile che il mondo mediatico non fosse mortificato. Al posto loro.
La gente è così che fa: delega la propria coscienza alla televisione, guarda quell’attimo di contrizione con contrizione, ascolta un munito di silenzio in silenzio e poi torna a ignorare il resto del mondo.
Ho spento la tv.
Io non provavo nessuna necessità di partecipare alla coscienza collettiva. Ero da solo e non avevo bisogno di fare finta, potevo tranquillamente manifestare la verità: non me ne fregava un cazzo del sud est asiatico, non c’entrava niente con me. Se ciascuna di quelle persone fosse morta in un istante diverso in una circostanza diversa nessuno di noi l’avrebbe saputo.
Essere morti tutti quanti in contemporanea non rendeva le loro singole morti più tristi.
Avere sfiga non rende per niente speciali.
Io lo sapevo bene.
Oltre al cotechino con le lenticchie avevo a disposizione anche una cospicua fornitura di dolci che ho completamente ignorato. Anche se ero riuscito a realizzare il mio piano di isolamento senza controllo, non avevo un grande appetito. Un po’ come se avessi avuto davvero la febbre. Ho giusto lanciato una fetta di pandoro giù dal terrazzo perché mia madre non mi chiedesse il giorno dopo come mai non avevo mangiato il pandoro.
Cosa non si fa, per i proprio genitori.
Dopo mi sono acceso una sigaretta, che però ho spento a metà.
Non mi andava nemmeno di fumare.
Mi annoiavo. Dappertutto fischiavano e scoppiavano petardi e razzi.
Fuori dalla finestra quasi tutte le luci dei palazzi intorno erano accese. Pure la mia era accesa, ma probabilmente ero l’unico a ritrovarsi da solo, dietro quei vetri.
Ho cercato di immaginare cosa stesse succedendo al festone in discoteca.
Ho immaginato tu e Marco che ballavate, capaci e attaccati.
Ho immaginato la mia amica Chiara e il suo tipo che si baciavano sui divanetti.
Ho immaginato Gianni che veniva preso a calci in un angolo da qualche ubriaco. O anche non ubriaco. Gianni veniva comunque preso a calci. Sempre. Era una cosa facile da immaginare.
Ho aspettato che l’anno finisse passeggiando senza meta per la casa, aprendo le porte delle stanze, sperando di trovarci dentro qualcosa di assolutamente inaspettato, tipo la felicità. E poi richiudendole.
Ogni tanto c’era una pausa nella sinfonia contorta di petardi che arrivava da fuori.
Allora l’unico suono che si sentiva era quello regolare e cadenzato della lancetta dei secondi dell’orologio di cucina.
Tic. Tac. Tic. Tac. Tic. Tac.
Mi dava fastidio.
Ho cercato di non ascoltarlo, di spostarmi lontano da lui, ma quel ticchettio mi raggiungeva dovunque, nella casa.
Non mi ero mai accorto di quanto fosse forte.
Quando una nuova serie di botti lo copriva, speravo di essermene finalmente liberato. Non succedeva, tornava fuori, riemergeva sempre.
Non era solo fastidio quello che mi provocava. Faceva male, o meglio era faticoso. Era come se ogni secondo fosse un piccolo peso in più da portare. Ogni secondo un granello di sabbia che mi si adagiava sulla schiena. Tutti insieme erano una montagna.
Ho ripensato al discorso a reti unificate del presidente, che avevo sentito poco prima. Si era ovviamente aperto con il cordoglio della catastrofe nel pacifico, ci mancherebbe. Si era chiuso con un appello a “voi giovani”. Quindi anche a me. Ci esortava a non subire passivamente lo scorrere del tempo, a non averne paura.
Ho pensato che forse sì, più avanti, avrei avuto paura dello scorrere del tempo, del suo ridursi. A mia madre e mio padre era capitato così, lo vedevo. Doveva essere capitato sicuramente pure a Ciampi.
A sedici anni però, quello che ti fa paura del tempo che hai davanti non è il fatto che abbia una fine. È l’esatto contrario. È il fatto che sembri non averla.
Pensiamo tutti di essere eterni, di vivere fino a una fine lontana. E, se stai male, se ti senti solo, pensi solo che starai male e solo per tutto quel tempo, starai male e sarai solo fino a quella fine lontana. Praticamente per sempre.
Era questo: il ticchettare incessante dell’orologio mi ricordava che i miei secondi passavano troppo lentamente.
A mezzanotte e dieci ho preso il telefono e ti ho mandato un messaggio.
Diceva solo “Buon anno! :-)”.
Non mi illudevo che mi avresti risposto.
Pensavo che fossi impegnata a scopare con Marco, in quel momento. Com’è che si dice? Chi non scopa a capodanno non scopa tutto l’anno.
Se non altro sapevo cosa aspettarmi, o più precisamente cosa non aspettarmi, per i prossimi trecentosessantaquattro giorni.
Magari mi avresti risposto a cose fatte. Magari, ho pensato, ti saresti anche sentita un po’ in colpa per non avermi potuto rispondere a causa del fatto che stavi scopando con Marco. Magari mi avresti detto qualcosa di dolce, per alleggerire questo senso di colpa.
Magari no.
Molto probabilmente no.
Dopo nemmeno cinque minuti il mio cellulare ha fatto un trillo.
Era un tuo messaggio.
Diceva solo “grazie.”
Tutto qui.
Nemmeno, cazzo ne so: “anche a te :-)”.
Sarebbe stato meglio se non mi avessi risposto.
Grazie con un punto fermo alla fine, come un colpo di martello su un chiodo. Conficcato nella mio sterno.
Avevi sbrigato la pratica.
Ora non avevo davvero più niente da aspettare.
Ora potevi scopare in santa pace.
Ho spento il telefono e l’ho gettato sul divano. Sono tornato in cucina.
Ho preso una sedia, l’ho accostata alla parete, ci sono salito e ho staccato l’orologio dal muro.
Poi sono andato in terrazzo e l’ho lanciato nel vuoto.
È scomparso nel buio, non so se abbia fatto rumore, toccando terra, c’erano troppi botti. So solo che in un istante di silenzio, tra un botto e l’altro, mentre l’orologio cadeva, ho sentito il suo ticchettio diventare sempre più flebile e distante. E mi ha fatto bene.
Dopo sono rientrato.
Avrei dovuto inventare qualcosa da dire ai miei genitori, ma non avevo nessuna intenzione di pensarci. Se c’era una cosa che avevo imparato negli ultimi tempi era che esiste un momento fatto a posta per pentimenti, scuse e sensi di colpa. Si chiama domani. L’ora è fatto per altro. Nel mio ora mi sentivo leggero. E mi bastava.
Mi sono scrollato di dosso tutti i secondi che avevo sulle spalle.
Sono andato a letto.
Ho spento la luce.
Ho pensato: “ma sì, fanculo! A tutto.”
Ho chiuso gli occhi.
Fuori infuriavano le esplosioni.

af

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