Il posto vuoto

L’ultima volta che l’ho visto indossava un maglione di lana rossa che gli fasciava vistosamente la pancia, dei jeans larghi e sformati, scarponi da trekking marroni e il solito berretto con la visiera. Sul berretto era stampato in rilievo il nome di una squadra americana di baseball.
Sedeva in un posto vicino al finestrino, immobile, con le mani aggrappate al sostegno del seggiolino di fronte, senza fare niente. Scrutava incessantemente lo spazio intorno a sé, con tutti i nervi in stato di allerta. Studiava gli altri passeggeri, come sempre.
Sapevo bene cosa stava per fare. Aspettavo.
Lo avevo già visto molte volte, seduto nello stesso identico modo, teso, in attesa che l’autobus rallentasse, avvicinandosi a una fermata.
Quando il mezzo si arrestava e qualcuno lasciava libero un posto lui si alzava di scatto e a passi rapidi, coi piedi incurvati verso l’interno, col busto piegato leggermente in avanti a formare un angolo ottuso col bacino, in una posizione che sembrava sfidare le leggi dell’equilibrio, andava a occupare la seduta lasciata libera.
La scena, che appunto conoscevo ormai a memoria, si ripeteva identica tutte le mattine e per tutta la durata del viaggio, o almeno della parte di viaggio che io e lui facevamo insieme: ogni volta che un passeggero si alzava per scendere lui partiva e andava a occuparne il sedile.
Sembrava che non gli stesse a cuore nient’altro. Durante la marcia non guardava fuori dal finestrino, non mostrava particolare impazienza o agitazione, non controllava mai l’orologio o il telefono. Tutta la sua attenzione era concentrata nell’individuazione di un nuovo posto da occupare.
Non gli importava nemmeno che fosse magari un posto che aveva già occupato prima, l’unica cosa che sembrava importargli era che non fosse quello su cui era seduto.
Non c’era nessuno schema nei suoi spostamenti, c’erano solo i suoi occhi vigili, i capelli arruffati e sporchi, che spuntavano ai lati del berretto da baseball solo appoggiato sulla testa, e i passi veloci e sgraziati da un punto all’altro dell’autobus. E poi un lieve sorriso che gli spuntava sul volto nell’attimo esatto in cui si sedeva, un piccolo barlume di pace che subito scompariva quando il mezzo chiudeva le porte rimettendosi in marcia e la sua caccia ricominciava.
Gli altri passeggeri dell’autobus sembravano non vederlo, non accorgersi di quella scena ripetitiva e un poco ridicola.
E non saprei dire se anche io per molto tempo semplicemente non lo avessi notato. Facevo quella linea da anni, l’avevo vista cambiare nel tracciato, man mano che cambiava la città, avevo visto sparire i vecchi autobus, sostituiti lentamente, ma inesorabilmente da modelli più moderni. Sebbene non facessi quasi mai conversazione, preferendo impegnare il tempo del viaggio da casa al lavoro nella lettura di qualche libro, conoscevo almeno di vista molte delle persone che condividevano con me quella tratta di trasporto urbano.
E poi un giorno è spuntato quell’uomo, con quel berretto da baseball sulla testa.
Non l’avevo visto salire (in realtà non l’ho mai visto salire, l’ho sempre trovato già a bordo), ma ho notato subito il suo comportamento. Per qualche strano motivo che non saprei spiegare, ha esercitato fin da subito su di me un fascino quasi ipnotico.
E, nonostante il forte fattore di novità, rappresentato dai suoi movimenti, c’era qualcosa in quella specie di danza che me la faceva percepire come familiare, conosciuta. Al punto che vissi quel nostro primo incontro non come la prima volta che lui praticava quell’attività su quell’autobus, ma soltanto come la prima volta in cui io me ne rendevo conto.
Da allora non sono più riuscito a interessarmi a nient’altro che al suo comportamento. Non ho più letto nessun libro. Nemmeno un giornale. Dovevo seguirlo, osservarlo, non potevo farne a meno.
E tuttavia la fascinazione che le sue azioni esercitavano su di me era pari al disinteresse che parevano suscitare in tutti gli altri passeggeri: nessuno faceva caso a lui.
E lui ricambiava quell’indifferenza.
Non l’ho mai visto parlare con qualcuno, né io mi sono mai avvicinato a lui per cercare di scoprire il motivo di quel comportamento o anche semplicemente per conoscerlo. L’impegno che metteva nella sua ricerca mi suscitava una forma di rispetto. E mi spaventava l’idea di poterlo disturbare o, peggio, interrompere. Mi veniva naturale pensare che intralciare la sua attività potesse causare da parte sua una reazione incontrollabile.
Così ho provato spesso a immaginare quale potesse essere la sua motivazione, ne ho anche parlato qualche volta distrattamente con gli amici, il venerdì sera. Loro ogni volta si prodigavano nell’elaborare una loro teoria, ma nessuna spiegazione mi è mai apparsa davvero sensata.
Mia moglie una sera a cena, un martedì, perché ricordo che stavamo mangiando minestrone, mi ha suggerito che potesse tenere una statistica di quanti posti si liberano mediamente su un autobus durante un viaggio in una determinata ora. O magari in tutta la giornata, perché comunque io quell’uomo non l’ho mai seguito, sono sempre sceso alla mia fermata, lasciandolo su, perciò non ho mai saputo se a un certo punto scendesse anche lui o se invece arrivasse fino al capolinea e poi si facesse di nuovo tutto il tragitto all’incontrario e poi di nuovo, per chissà quanto tempo.
Sono rimasto col cucchiaio a metà strada tra il piatto e la faccia, a valutare se la sua affermazione fosse seria o ironica.
Le ho detto che era una teoria interessante e mi sono messo il cucchiaio in bocca.
In realtà ero certo che non avrebbe mai potuto essere solo questo. C’era un’ansia nella sua ricerca di un altro posto, una serenità nel raggiungerlo, un senso di smarrimento nel tragitto, come fosse l’attraversamento di un mare pericoloso, che lasciavano intuire una motivazione ben più profonda.
Era come se avesse un qualche dolore costante e ogni nuovo posto vuoto agisse per un attimo da calmante, come ghiaccio per una bruciatura.
Non era una linea molto frequentata quella che percorrevamo insieme, difficilmente l’autobus era pieno, tanto che la frequenza delle corse era già stata diradata più volte e si parlava addirittura di tagliarla, quella linea, se la diminuzione di passeggeri fosse proseguita con la stessa progressione. Eppure quel giorno a una fermata anonima, in mezzo al nulla, lungo uno stradone di periferia, era salita un’intera scolaresca. Una classe delle medie che probabilmente si era persa, non lo so. Fatto sta che sono entrati questi quindici, venti ragazzini urlanti, scalmanati e soprattutto veloci come pesci da scoglio. Sono entrati che lui aveva lasciato già il suo posto diretto verso un altro, vicino all’uscita, appena liberato da un signore in montgomery con una ventiquattrore in mano. I ragazzini sono entrati con l’irruenza di una folata di vento che spalanca una finestra, travolgendo il signore che stava scendendo e che dovette sollevare sopra la testa la sua valigetta per evitare che gliela strappassero di mano. Sono entrati e subito hanno occupato il sedile che lui aveva adocchiato. Accortosene si è subito lanciato verso un altro posto, senza mostrare la minima esitazione (evidentemente, ho pensato quella volta, calcolava anche delle alternative, dei piani di emergenza). Purtroppo però non ha fatto in tempo, perché altri due ragazzini vi si sono fiondati, contendendoselo rumorosamente con gli zaini che sbandavano a destra e a sinistra.  E così anche un terzo sedile verso cui lui si era subito voltato.
Restò in piedi, perso. Si voltò e considerò la possibilità di tornare verso il posto che aveva lasciato, ma sembrava restio a farlo, sembrava che qualcosa glielo impedisse. E comunque quel’attimo di esitazione gli risolse il problema, perché un altro alunno della classe, con una gran testa di ricci rossi, ci si lasciò cadere e a lui non restarono più alternative.
L’autobus ripartì. I ragazzini vociavano, mentre le maestre cercavano di sovrastare le loro grida per farsi dare retta e riportarli a un contegno decente. Lui rimase in piedi, la mano destra in alto a reggersi al sostegno.
Immobile, saldo, senza quasi avvertire gli scossoni dell’autobus. Lo osservai attentamente, teneva la testa bassa, la visiera del cappellino da baseball puntava verso il pavimento, dagli occhi gli scendevano grosse lacrime. Nonostante la confusione che regnava nell’autobus, quella specie di temporale di grida di ragazzini, a me sembrava che intorno a lui ci fosse solo un enorme silenzio.
Avrei voluto avere la forza di alzarmi e andare a parlargli, o semplicemente lasciargli il mio posto, ma non osavo farlo. Il mistero che il suo comportamento aveva sempre suscitato ai miei occhi mi incuteva timore e mi impediva di avvicinarlo.
Così restai a guardarlo piangere, fino alla fermata successiva. Quando le porte si aprirono scese.
Non l’ho mai più rivisto.
Già il mattino successivo, salendo sull’autobus e guardandomi intorno senza trovarlo, ho avuto la certezza che non ci saremmo mai più incontrati.
Dopo quella volta ho pensato a lui ancora un paio di giorni, me ne ricordavo ogni tanto, quando qualcuno vicino a me si alzava e il posto restava desolatamente vuoto. Poi, piano piano il suo ricordo è semplicemente scivolato via dalla mia mente, sostituito dalle preoccupazioni che abbiamo tutti.
Ho ripreso le mie letture.
Tempo dopo mi sono imbattuto in una frase di Baudelaire, proprio mentre viaggiavo su quello stesso autobus. La frase diceva: “Il me semble que je serais toujours bien là où je ne suis pas
Era in esergo ad un racconto che stavo leggendo.
Solo allora ho ripensato a quell’uomo che ormai credevo dimenticato per sempre. L’ho pensato e per un attimo, in quella frase mi è sembrato di trovare un senso a quello che gli avevo sempre visto fare.
Era come se nascosta male sotto quelle parole ci fosse una spiegazione della quale non riuscivo a intravedere che delle sporgenze.
Mi sembra sempre che starò sempre bene là dove non sono. Era una frase, ho pensato allora, che mai avrei potuto applicare alla mia vita.
Non era solo lontana da me, descriveva qualcosa di opposto.
Avevo lo stesso lavoro da anni, gli stessi amici da anni, gli stessi piccoli riti da anni. Avevo amato e sposato una ragazza conosciuta alle superiori. Mangiavamo sempre le stesse cose negli stessi giorni. Ed ero soddisfatto. Non avevo mai desiderato di essere in nessun altro posto che non fosse il posto dove mi trovavo.
Non avevo mai notato quanto le nostre differenze legassero me e quell’uomo. Forse era per questo che solo io sembravo notarlo.
È stato allora che l’ho fatto: ho aspettato che qualcuno si alzasse e poi mi sono alzato anche io e a passi sicuri mi sono spostato fino al sedile vuoto. Mi sono seduto, attentissimo, in ascolto di ogni mia sensazione, in attesa di percepire qualcosa di nuovo e rivelatore.
Mi sono adagiato sulla plastica, ho respirato profondamente e ho sentito il mio respiro, ho sentito l’aria entrare dentro di me, scendere nella trachea, diffondersi nei polmoni, nel sangue.
Mi è sembrato di sentirmi meglio. Non bene, soltanto un po’ meglio.
Sono rimasto lì, mentre l’autobus richiudeva le porte con uno sbuffo e ripartiva, a gustarmi quella sensazione.
E a cercare di capire chi mai sarebbe stato, il prossimo ad alzarsi.

af

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