Luigi

La mattina sono sempre molto distratto. Sarà la poca voglia d’andare in ufficio, sarà la noia che invariabilmente provo sugli autobus, o il sonno ancora appiccicato alla pelle, fatto sta che il mondo che mi ondeggia attorno, dentro il Quarantadue, sballottato tra una frenata e un’accelerazione, io lo percepisco a stento.
È stato proprio a causa di questo mio stato che, più o meno un mese fa, mentre meccanicamente scendevo alla mia fermata, sono andato a sbattere contro qualcosa.
Risvegliato dalla sorpresa dell’impatto ho impiegato comunque qualche istante per rendermi conto che l’ostacolo che avevo urtato non era un qualcosa, ma un altro essere umano. Eravamo scesi dall’autobus uno accanto all’altro, senza essere coscienti delle rispettive presenze, poi, appena messo il primo piede a terra, lui era andato a destra e io a sinistra. Così, inevitabilmente, ci siamo scontrati, quasi abbracciati.
Abbiamo subito ripreso le distanze, allontanandoci di un passo, ma la sua mano ha continuato a stringere il mio braccio, come vi fosse rimasta incollata, come se avesse bisogno di reggersi per non cadere all’indietro.
I miei occhi si sono posati sul punto in cui le sue dita facevano presa sul cotone della mia giacca, quindi si sono alzati, interrogativi, su di lui. Era anziano, di statura pressoché identica alla mia, indossava un completo marrone, di lino e una polo gialla. Aveva la faccia tonda, liscia, senza traccia di barba, occhialetti tondi appoggiati su un naso aquilino e la testa calva.
Mi scusi – gli ho detto – non stavo guardando.
No, mi scusi lei” ha risposto, e nel farlo ha stretto più forte il mio braccio. I suoi occhi scuri avevano una nota di tristezza sospesa, ed erano lucidi, lucidi e tremolanti, come se stesse per mettersi a piangere.
Non so perché, ma ho posato la mia mano destra sulla sua, nel punto in cui mi stringeva. Ho stretto anche io, leggermente, e gli ho detto: “Coraggio, andrà tutto bene”.
Per quanto fossero prive di qualsiasi fondamento, quelle parole hanno avuto l’effetto di riscuoterlo, i suoi occhi hanno perso un po’ del velo di disperazione che li ricopriva e, guardandomi fisso, con le labbra che tremavano come se volesse sorridere, ma non ne fosse capace. Ha detto “”, accompagnando le parole col movimento della testa, poi ha ritirato la mano dal mio braccio e, scusandosi ancora, è sfilato alla mia sinistra, andando per la sua strada.
Mi sono voltato a guardarlo, solo pochi secondi, poi anche io mi sono avviato verso l’ufficio.
Il giorno dopo l’ho incontrato di nuovo, sempre sul Quarantadue.
L’ho trovato già a bordo quando sono salito alla mia fermata, sempre distratto come ogni mattina e se non mi avesse fissato lui probabilmente non lo avrei notato. Invece mi guardava, non in maniera fastidiosa, ma come sperando che lo riconoscessi. Io a dire la verità ho dovuto impegnarmi per ricollegare il volto di quel vecchio che mi fissava a quello del signore del giorno prima. Poi l’ho riconosciuto e l’ho salutato, sorridendo. Ha risposto al mio saluto, sorridendo anche lui e la cosa è finita lì.
Nei giorni seguenti abbiamo continuato a incontrarci sull’autobus, salutandoci semplicemente, poi, una mattina che l’affollamento del mezzo ci ha costretti vicini ci siamo parlati, non ricordo di cosa, argomenti senza importanza.
In seguito abbiamo preso l’abitudine di scambiare qualche parola ogni giorno e, un po’ alla volta ci siamo conosciuti e ho scoperto due cose di lui.
Prima di tutto il suo nome, Luigi, poi che faceva quella linea tutti i giorni, anche se prima del nostro scontro io non lo avevo mai notato e lui, a quanto mi ha detto, non aveva mai notato me.
La seconda cosa che ho scoperto di lui, o meglio che lui mi ha detto di sé, è stata che prendeva quell’autobus per andare a trovare sua moglie, ricoverata nell’ospedale che sorgeva nello stesso quartiere in cui c’era il mio ufficio. C’ero stato una volta a fare delle radiografie, in quell’ospedale.
Con una tranquillità disarmante Luigi mi ha raccontato che la moglie, Alice, aveva “un male brutto”, così l’ha chiamato, e che da quell’ospedale non sarebbe mai uscita. Gli dissi banalmente che mi dispiaceva, lui mi ringraziò e io allora gli feci una domanda veramente sciocca e fuoriluogo. Gli chiesi: “non c’è proprio speranza?
Luigi non fece una piega, mi rispose con un tono sereno: “Oh sì. Non in questo caso, ma la speranza c’è sempre.” Poi, come se gli fosse venuto il sospetto che io potessi interpretare la sua risposta come polemica, aggiunse: “La morte non elimina la speranza. Non è buona, né cattiva la morte. Semplicemente accade.
Per il resto le nostre sono sempre state conversazioni brevi e superficiali.
Io gli chiedevo come andava, lui mi chiedeva come stavo, ognuno dei due dava una risposta innocua. Se aveva il giornale commentavamo superficialmente qualche fatto di cronaca o di politica.
Soltanto discorsi facili, poco impegnativi, senza peso, che però, adesso lo capisco, riempivano il vuoto di quel viaggio di qualcosa di significativo: di umanità.
Oggi sono tre giorni che prendo l’autobus e non lo vedo. Il primo non ho dato peso alla cosa, ogni tanto capitava, il secondo ho fatto finta di non notarlo, mi sono infilato le cuffie e ho sparato la musica a tutto volume.
Oggi però non posso più fare finta. E non ho bisogno di fare supposizioni su cosa possa essere successo. Luigi non prende più l’autobus perché non ha più nessuno motivo di fare questo viaggio.
Ora, mentre dondolo aggrappato a un sostegno metallico, riesco a pensare solo a quello che mi ha detto l’ultima volta che abbiamo parlato, tre giorni fa. Mi ha detto, quasi sorridendo: “sa il giorno che ci siamo scontrati? Era il giorno che ad Alice hanno diagnosticato il suo male. Era già ricoverata, ma non sapevamo ancora cosa avesse. Io lo sospettavo, perché alla mia età si sospettano sempre le cose che non si vorrebbe accadessero, però non ne avevamo la certezza. Quel giorno l’ho avuta.
Ho ripensato a quel giorno e mi sono tornate in mente le parole che gli avevo detto: “Coraggio, andrà tutto bene.” Luigi deve aver indovinato quello a cui stavo pensando, o forse era proprio lì che voleva arrivare, fatto sta che mi ha detto: “Si ricorda quello che mi ha detto quel giorno, dopo il nostro scontro? Che dovevo avere coraggio e che sarebbe andato tutto bene? Era quello che avevo bisogno di sentire, sa? E lei l’ha detto. E così raro che qualcuno dica esattamente le parola che vorremmo sentire, non ho potuto fare a meno di dare un peso a questa cosa, di considerarlo un segno. Non che ci sarebbe stato un miracolo, ma che avrei avuto conforto. Ecco, questo ho avuto grazie a lei: conforto. E volevo ringraziarla.
Non so se credesse veramente a quelle parole. Le pronunciò col tono chi di cerca di rassicurare il suo interlocutore, o se stesso, il tono di chi ha bisogno di trovare qualcosa di buono, o di almeno accettabile, in quello che gli sta capitando. O forse sapeva che quella era l’ultima volta che ci saremmo visti e quello era semplicemente il suo commiato. Quello che so è che io, quando Luigi mi ha detto quelle parole, tre giorni fa, io, egoisticamente, mi sono sentito bene, mi sono sentito in qualche modo importante, utile. E ho pensato che mi sarei sdebitato, che gli sarei stato vicino ancora a lungo, che avrei continuato a essere importante, per lui.
Oggi invece, mentre Luigi molto probabilmente seppellisce la sua Alice, io salgo su un altro Quarantadue affollato, su cui viaggio nuovamente da solo. Oggi riesco solo a ripensare a quelle parole: “Coraggio, andrà tutto bene.” Riesco solo a pensare che è stata la prima cosa che gli ho detto.
Ed era una bugia.

af

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