Modì

A volte lo faccio ancora, se è una bella giornata e non sono troppo in ritardo scendo dall’autobus un paio di fermate prima, attraverso il viale trafficato e cammino fino al mare. Imbocco il vicolo tra i palazzi che conduce a questo piccolo, inaspettato borgo di case basse, davanti alla spiaggia: un paesino di mare nascosto in mezzo a una città. Mi fermo sulla terrazza accanto alla chiesa a guardare le nuvole immobili della mattina, le onde lente, i pescatori che tirano a riva le barche, se è estate qualche anziano che già sistema la sua sdraio sulla spiaggia ancora in ombra.
Io e Modì venivamo spesso qui, la mattina. Arrivavamo entrambi dal centro, ma con mezzi diversi: lei col suo motorino grigio e io con il mio fedele autobus numero quarantadue. Durante il tragitto dalla fermata alla terrazza facevo una tappa al bar subito prima del vicolo e prendevo due caffè da asporto, qualche volta un croissant con la marmellata di ciliegie, o integrale al miele, e le portavo la colazione.
C’erano delle panchine, ma consumavamo tutto in piedi, uno accanto all’altra, guardando dritto davanti a noi, la linea d’orizzonte, qualche vela in lontananza, il volo dei gabbiani. Ammiravamo quello spettacolo quasi senza parlare. Dicevamo soltanto “che bello!”.
Io avevo cominciato a chiamarla Modì, nella mia testa. Modì come il soprannome parigino di Amedeo Modigliani, per via del suo lungo collo. Ogni tanto in quelle mattine lo sbirciavo, di sbieco, mentre lei guardava il mare. Le accarezzavo con gli occhi la pelle bianca che spuntava dal bavero della giacca e saliva su, fino al suo viso, illuminato dai raggi bassi del sole. Poi una volta gliel’ho detto, tutto d’un fiato: “io nella mia testa ti chiamo Modì”. Poi, senza che lei dicesse nulla, a mo’ di non richiesta giustificazione, ho aggiunto: “se Modì, quello vero, avesse avuto la possibilità di ammirare il tuo collo, ora ci sarebbero tuoi ritratti nei musei di tutto il mondo. Altro che Jeanne Hébuterne”.
Lei aveva riso allora, continuando a tenere lo sguardo fisso davanti a sè, e aveva soffiato fuori un po’ di fumo della sua sigaretta. “Va bene, – mi aveva concesso voltando la testa verso di me – chiamami pure Modì. Mi piace Modì”.
Poi si era rimessa a fissare l’orizzonte. E così avevo fatto anche io.
Quello sulla terrazza davanti al mare era il solo tempo che passavamo insieme. Il tempo di un caffè, un croissant e una sigaretta, poi andavamo al lavoro. Lei riprendeva il suo motorino grigio, io, invece di aspettare l’autobus, camminavo. Quel tempo passato insieme sulla terrazza davanti al mare era uno scampolo di bellezza che ci mettevamo in tasca e portavamo con noi, dentro un ufficio che entrambi odiavamo. Durante la giornata lavorativa non capitava quasi mai di incontrarsi. Quel “che bello!”, pronunciato a voce bassa, era l’unica cosa che facevamo insieme, una boccata d’ossigeno prima di otto ore d’apnea. Ci salvava.
Sembra sia passato un secolo.
Lei lavora dall’altra parte della città ora. Due anni fa ha ricevuto un’offerta per un posto migliore e l’ha accettata. Giustamente.
Ci siamo sentiti ancora per qualche tempo, dopo il suo trasferimento, ci siamo scritti un paio di mail balbettanti e imbarazzate, poi piano piano siamo scivolati ognuno fuori dalla vita dell’altro. Ho saputo che si è sposata, ha avuto un figlio.
Io no. Io vengo ancora qui ogni tanto. Sempre più raramente. Prendo ancora il caffè, a volte perfino il croissant. Faccio colazione da solo davanti al mare e, per quanto mi piaccia ancora, per quanto ancora mi faccia bene, ormai tutto qui intorno mi sembra avere il colore malinconico d’un palazzo in rovina.
Non c’è mai stato niente, tra me e Modì, anche se credo che tutti e due fossimo perfettamente coscienti che sarebbe potuto capitare da un momento all’altro. Eravamo noi a non volerlo. Preferivamo nutrirci della piacevole tensione di quell’attesa; ci tenevamo idealmente per mano, in bilico davanti all’orizzonte, sempre con la paura di poter precipitare da un momento all’altro uno nell’altra.
O almeno, capisco adesso, questa è sempre stata la mia interpretazione di quella situazione, la giustificazione che ho fornito al mio immobilismo, al mio tentennare, rimandando sempre al giorno dopo quel tentativo di baciarla che, probabilmente, lei si aspettava da me.
Ora lo farei, se Modì fosse qui. La bacerei. La bacerei, cercando sulla sua lingua il sapore della marmellata di ciliegie, sulle sue labbra la stessa morbidezza del croissant al miele. Le passerei lentamente le dita sul collo.
Ora capisco che quando sospiravamo “che bello!”, fissando lo spettacolo che ci si stendeva davanti, fissando l’orizzonte, il sole, le nuvole, il mare, la nostra era una frase volutamente incompleta. Quello che intendevamo dire, coscientemente o no, era “che bello essere qui insieme a te!”
Sì, sono certo che se Modì fosse qui ora, io la amerei.
Ma le cose succedono quando possono succedere, oppure non succedono mai, va così. E tutto quello che mi resta è l’immagine incantevole di questo mare e un orizzonte che sembra davvero lontano, troppo lontano adesso.
“Se guardi il mare non sei mai solo” le ho detto una volta.
“Sì – mi aveva risposto – è vero.”
Non era vero.
Eppure io volte lo faccio ancora, se è una bella giornata e non sono troppo in ritardo scendo dall’autobus un paio di fermate prima, attraverso il viale trafficato e cammino fino al mare.
Resto il tempo di bere un caffè e mangiare un croissant. Fumo una Diana Blu che mi riempie d’un caldo secco i polmoni. Penso a Modì. Mi sento un po’ meno solo. E solo. Contemporaneamente.
“Che bello!” non l’ho più detto.

af

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