Sala d’attesa

Siamo tutti in attesa, tutti in silenzio.
È mattina presto, ma c’è già molta luce. Me ne sto seduto senza niente da fare, aspettando, guardandomi intorno.
La donna davanti a me addenta a piccoli morsi una brioche. Il sacchetto di carta che la contiene scrocchia, l’odore morbido della crema pasticcera si diffonde nello spazio circostante.
Alla mia destra siedono due signore sudamericane. Una sfoglia senza leggerla una rivista di gossip, gira una pagina, poi un’altra, poi un’altra, senza sosta. La sua vicina tiene le mani dentro la borsa, aperta in grembo, e sgrana metodicamente un rosario.
Entra una signora bionda, corpulenta. Indossa una giacca a vento celeste, si guarda intorno e regala a tutti un sorriso, come si fa sempre in una sala d’aspetto. Dice buongiorno nell’aria, rivolgendosi a tutti e a nessuno, poi va a sedersi poco davanti a me. Ha i capelli raccolti, tirati indietro e fermati con una molletta da ragazzina.
Pochi secondi dopo entra un’altra donna, latina anche lei. Si guarda nervosamente intorno, studia le nostre facce, poi guarda i posti vuoti, uno a uno, li soppesa per scegliere dove sia meglio sedersi. Sembra infastidita dagli sguardi con cui seguiamo tutti la sua valutazione.
Nel frattempo alla donna della brioche, che ormai è finita, squilla il cellulare. Accartoccia il sacchetto e lo lascia cadere per terra. Tira fuori il telefono dalla borsa e comincia a parlarci dentro, a voce alta. Ascoltiamo tutti la sua conversazione. Sembra che abbia un problema al lavoro: una consegna imminente, capiamo. Chiede alla persona dall’altra parte dell’apparecchio di verificare alcuni dati su dei documenti. La sua voce si altera e sale di tono, man mano che la conversazione procede.
La signora che stava studiando dove sedersi approfitta della distrazione creata dalla telefonata per andarsi a sistemare senza che nessuno le presti attenzione.
Alle sue spalle entra un uomo obeso sulla cinquantina, porta un paio di jeans blu elettrico e una camicia bianca che a stento gli copre la pancia. Mi viene incontro a fatica, a passi goffi. Quando si siede, nel posto libero accanto a me, il suo sedere straborda oltre i limiti della seduta. Si abbandona all’indietro, sospira e si asciuga il sudore dalla fronte con un fazzoletto. Poi mi guarda e dice: “non è tanto il caldo, è l’umidità”.
“Già – gli rispondo –, proprio così”.
Lui annuisce e torna a fissare lo sguardo in avanti. Poi chiude gli occhi e resta immobile, respirando tranquillamente.
Dopo poco comincia a russare.
Subito dopo fa il suo ingresso una spilungona dai capelli lisci, rosso fiammante. Avrà poco più di trent’anni, ma la sua pelle è palesemente consumata da troppe lampade abbronzanti. Indossa un elegante tailleur blu. I tacchi delle sue decolté color cenere ticchettano sul pavimento attirando su di lei l’attenzione di tutti.
Mi sfila accanto e va a sedersi dietro di me, mi volto e guardo il suo sedere ondeggiare, quindi adagiarsi sul posto che ha scelto. Accavalla le gambe con un gesto lentissimo e ipnotico, il mezzo cerchio di un compasso.
Una volta seduta, fruga dentro la borsa e tira fuori un piccolo specchietto rettangolare in cui si controlla i capelli. Sistema un paio di ciocche con le dita. Sulle unghie ha uno smalto color prugna.
Dopo aver messo via lo specchio si accorge che le sto guardando le gambe e mi fissa con un’espressione feroce. Arrossisco e mi giro.
Intanto la signora al telefono sta perdendo il controllo. Il suo tono si fa più sprezzante: è molto arrabbiata con la persona con cui sta parlando. Dice: “Però io l’avevo detto!” Dice: “Non mi interessa! Non si lavora così!”
“Non è possibile che tu faccia sempre cazzate!” dice.
“Sì – dice alla fine – Sarà meglio!” poi chiude la comunicazione e getta il cellulare dentro la borsa con un gesto di stizza.
Quando la telefonata è finita, per un attimo c’è un silenzio irreale. Non si sentono più pagine sfogliate, ne rosari sgranati. L’obeso al mio fianco ha ancora gli occhi chiusi, ma non russa più.
Siamo tutti immobili, in questa specie di sala d’attesa. Mi immagino che da un momento all’altro qualcuno in camice bianco si affacci e pronunci un nome, il nome della persona il cui turno è giunto e deve farsi avanti.
Ovviamente nessuno si affaccia; suona invece una specie di sveglia; fa tre sibili acuti.
L’obeso accanto a me riapre gli occhi. Sbadiglia.
È il segnale che è l’ora, si deve andare.
La ragazza alla guida – la guardo soltanto adesso, la vedo riflessa nello specchietto, ha i capelli lunghi, castani, arruffati e il naso aquilino – appoggia da un lato l’ipad su cui stava probabilmente leggendo un ebook e mette in moto. L’autobus ha un sobbalzo, le sospensioni pneumatiche si gonfiano alzandoci tutti quanti di qualche centimetro, le porte si chiudono e il mezzo si mette in movimento con uno strappo, che mi fa sbattere contro lo schienale di plastica, poi si ferma di colpo. La porta davanti si apre. Sale un signore con impermeabile grigio e cappello, trafelato. Ringrazia affannosamente l’autista che non lo degna di alcuna risposta. Ripartiamo.
Non siamo più in attesa, siamo in viaggio.

af

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