Il gatto di Schrödinger

Prendere un gatto, dici?
Sì, me l’hanno consigliato in tanti, non sei certo la prima.
Un gatto, mi dicono tutti, è meno impegnativo di un cane, che lo devi portare fuori e tutto il resto. Un gatto è indipendente e però fa compagnia, accarezzarlo fa diminuire lo stress, è provato. E ha due occhi, non puoi capire. E poi a te piacciono gli animali, no? Sei vegetariano!
Queste ultime, in particolare, sono parole di Monica, te la ricordi Monica?  Vatti a vedere la sua pagina facebook, posta solo foto di gattini che giocano con piccoli gomitoli, o foto di gatti che fanno buffe espressioni, foto di gatti in atteggiamenti intelligenti o affettuosi, corredate da didascalie che illustrano perché un gatto è meglio di un essere umano.
Una volta postava link a siti di controinformazione, Monica.
E insomma lei ogni tanto ci prova, a convertire anche me al gattismo. Io la soddisfazione di dirle sì non gliela do mai, figurati. Poi però ci penso, credimi, prendo in considerazione, soppeso.
E anche adesso che me lo dici tu io l’idea non è che la scarti a priori, la valuto, perché in fondo apatico e solo e anche un po’ depresso lo sono davvero, e qualcosa devo pur fare per uscire da questa situazione.
Solo che un gatto non so, è una cosa che non mi convince fino in fondo.
Oltretutto, questo non te l’ho mai detto, ma io un gatto ce l’ho avuto, molti  anni fa, quando andavo ancora alle medie. Si chiamava Gippo e non era normale.
Il vero problema è che a me la parola gatto fa venire in mente fondamentalmente due cose. Una è Gippo, appunto, e la seconda è il paradosso del gatto di Schrödinger, che è una roba di fisica quantistica che quando l’avevo studiata, a scuola, non mi entrava mai bene in testa. Che poi qui ci sarebbe anche da ragionare sul fatto che una cosa che non mi entrava bene in testa ancora me la ricordo, mentre quelle che invece mi ci entravano benissimo, se tu me le chiedessi adesso, niente, buio completo.
Comunque, non voglio divagare, il paradosso del gatto di Schrödinger lo conosci? Allora, questo Schrödinger, un fisico austriaco, diceva che se tu prendi un gatto e lo chiudi in una scatola di metallo insieme a una fiala di cianuro, e questa fiala di cianuro può rompersi o non rompersi in base allo stato di una determinata particella, siccome per la fisica quantistica le particelle stanno in più stati contemporaneamente, dopo un po’, a meno che tu non alzi la scatola e guardi, a meno che tu non compia un’osservazione come si dice in gergo, il gatto, dal punto di vista matematico, è sia morto che vivo. Non è che non lo sai se è morto o vivo, secondo le equazioni di Schrödinger è proprio morto e vivo contemporaneamente.
Ora io lo so cosa stai pensando: che fiala di cianuro o meno, non è bello chiudere un gatto sotto una scatola di metallo. E sono anche d’accordo con te, ma il punto non è questo, tralasciamo per un attimo le implicazioni di tipo animalista. Il punto è che io di fisica al tempo ero abbastanza bravo, ma le cose, per capirle, avevo bisogno di visualizzarle e questa qui non ci riuscivo per niente.
Cioè, vedevo Schrödinger che costruiva la sua macchina che rompe o non rompe le fiale di cianuro in base allo stato delle particelle, vedevo Schrödinger che prendeva il gatto e lo piazzava vicino alla macchina e lo vedevo calare su quella povera bestia la scatola di metallo. Tutto questo lo vedevo, solo che il gatto morto e vivo allo stesso tempo, quello no, non riuscivo in nessun modo. Finivo sempre col vedere due gatti, uno morto e uno vivo, ma lo stesso gatto morto e vivo niente.
Poi di gatto, quando mi immaginavo questo laboratorio di fisica quantistica, tutto asettico e con le pareti coperte da lavagne zeppe di equazioni, io ci vedevo sempre quello che avevo avuto da piccolo, Gippo, che, come dicevo prima, non era per niente normale. E Schrödinger, te lo dico io, col cavolo che sarebbe mai riuscito a metterlo nella scatola.
Gippo gli avrebbe sfigurato la faccia, a Schrödinger.
Gippo era un gatto psicopatico.
Cioè, secondo il veterinario era semplicemente un gatto selvatico, poi col tempo si sarebbe abituato alla vita domestica.
Il fatto è che Gippo lo aveva trovato mio fratello, durante una gita in campagna. Era un cucciolo di pochi giorni e un contadino lo stava per buttare nel fiume, perché non aveva voglia di accudirlo, e allora mio fratello gli ha detto, Che cazzo fai?, al contadino. E poi gli ha detto anche, Dammelo a me che ci penso io, stronzo! Cioè, stronzo a dire la verità non lo so se gliel’ha detto, ma io spero di sì.
Comunque poi mio fratello il gattino l’ha portato a casa e noi lo abbiamo tenuto, anche perché mio fratello il giorno che lo ha salvato dall’annegamento era anche il giorno che si era lasciato con una sua fidanzata storica, quindi quel gattino lì per lui aveva un valore un po’ simbolico e non è che lo potevamo dare subito via. E poi io, che avevo forse dodici anni al tempo, ho detto subito a mia mamma, Teniamolo, ci penso io. E così lo abbiamo tenuto.
Solo che a parte imparare a usare la lettiera poi per il resto Gippo è rimasto sempre un gatto selvatico e a stare in casa come diceva il veterinario non ci si è abituato mai.
E sono stati anni duri quelli, che quando è cresciuto lui faceva continuamente degli agguati a chiunque gli passasse davanti. Si metteva sotto un tavolo o sotto una poltrona, in posizione di attacco, con le zampe davanti protese e tutta la schiena incurvata, e appena vedeva una caviglia lui scattava fuori e ci si avventava contro con le unghie e coi denti. Così in casa mia, in quegli anni lì, eravamo tutti un po’ pieni di graffi e i miei probabilmente ci pensavano a liberarsene, solo che non potevano. E non tanto per mio fratello che nel frattempo si era trovato un’altra fidanzata, quanto per me, che solo un anno prima, quando era morta la nostra cagnetta, Miele si chiamava, io avevo pianto tante lacrime che poi così tante non m’è mai più capitato di piangerle, nemmeno quando è capitato che è morto qualcuno che conoscevo.
Che detta così ti sembrerà una cosa un po’ assurda, lo so, ma io quella volta lì, quando è morta Miele, è stato un po’ come se mi fossi preso a pugni con la Morte. E siccome aveva vinto lei e mi aveva fatto parecchio male, poi tutte le volte che me la sono ritrovata davanti, la morte, era come se dicessi, dentro di me, Vaffanculo Morte, non mi farai piangere più!
Così Gippo è rimasto lì a martoriarci e noi tutti abbiamo sopportato ogni sua angheria e prepotenza in relativo silenzio, o quantomeno senza tirargli il collo.
Questo almeno finché non è venuta a stare da noi nonna Tittà, che era la mamma di mia mamma, forse te la ricordi. Ecco, siccome tra tutti noi nonna Tittà era palesemente l’esemplare più debole, Gippo l’ha immediatamente eletta a sua vittima preferita, e quando la assaliva poi erano momenti abbastanza drammatici in casa, perché le unghie di Gippo nelle gambe di nonna Tittà ci affondavano come lame nel burro e poi quelle ferite lì non smettevano più di sanguinare. E oltretutto a ogni attacco quasi le prendeva un colpo, povera nonna.
Così un bel giorno mia mamma mi ha preso da parte e mi ha detto che era meglio se Gippo lo portavamo in campagna, da nonna Nella, la mamma di mio padre, quella che stava in Toscana, che lei già accudiva due gatti che aveva nell’orto, e lui lì si sarebbe trovato bene, molto meglio che in casa, e poi potevo andarlo a trovare tutte le volte che volevo.
Io allora ho detto di sì senza fare storie, che mia mamma non poteva saperlo, ma io già avevo risolto il problema di affrontare la morte, e quindi quello della semplice separazione non è che mi sconvolgesse più di tanto.
Così è andata che Gippo è partito per Lajatico, in Toscana, e io, due settimane dopo la sua partenza ho deciso che avevo voglia di andarlo a trovare e l’ho detto a mia madre. E mia madre allora ha detto, Ok.
Poi però la mattina del giorno che dovevo andarlo a trovare mi ha di nuovo preso da parte e mi ha raccontato che Gippo era scappato. Mi ha spiegato che nonna Nella lo aveva visto andare in direzione di un boschetto che c’è sul fianco di una collina, dove finisce il suo orto e che poi non era più tornato. Mi ha spiegato, mia madre, che probabilmente Gippo nel bosco si era trovato così bene che aveva deciso di rimanere lì, che quello era il suo ambiente naturale, che era normale che ci fosse tornato, e che probabilmente ora lui era il re di quel boschetto.
Io allora ho trovato tutto abbastanza logico e ho detto, Va be’. E tutte le volte che mi sono ritrovato a pensare a Gippo, negli anni successivi, anche quando mi è capitato di studiare il paradosso del gatto di Schrödinger, che di anni ne erano passati un po’, io me lo immaginavo sempre che correva verso il boschetto, inseguendo qualche topo di campagna, felice.
Ecco, io questa storia qua che mi ha raccontato mia madre, della fuga verso il boschetto, del ritorno alle origini, io in questi giorni che tutti mi parlano di gatti, ho realizzato che era una cazzata, che è molto più probabile che Gippo sia finito sotto una macchina o che magari gli abbiano semplicemente dato un colpo in testa. Solo che poi, ti sembrerà strano, ma la verità a mia mamma, che comunque me la direbbe secondo me, perché ormai motivi di mentirmi non ne ha più, io non gliel’ho mica chiesta. Non mi viene proprio di chiedergliela.
E il motivo per cui non mi viene lo sai qual è? È che, se io la verità non la so, se non alzo la scatola, se non compio un’osservazione, allora Gippo, proprio come il gatto di Schrödinger, è sì morto, ma contemporaneamente è anche vivo.
Che è un po’ come dire che le cose a volte è meglio non saperle. Che l’incoscienza dà anche la capacità di scegliere cosa credere. Che la realtà è un posto dal quale poi non si può più scappare.
E non fraintendermi, sono felice che tu mi abbia chiamato, che ti preoccupi ancora dopo tutto questo tempo, anche se il sospetto che te l’abbia chiesto qualcuno dei miei amici di sentire come stavo, devo dirti la verità, ce l’ho.
E mi spiacerebbe perché alla fine sì, mi hai lasciato tu, non lo dico per farti sentire in colpa, solo come dato di fatto, mi hai lasciato tu, è innegabile, ma ormai son passati un anno, tre mesi e dodici giorni e non è che io ci stia ancora a pensare, non ci sto mica più male. Cioè bene non sto, ok, ma non per quello, non devi sentirti in qualche modo responsabile. Anzi penso addirittura che tu avessi ragione quando mi dicevi che ero ripiegato su me stesso, che stavo troppo tempo a rimuginare su delle cazzate, facevo un sacco di teorie strampalate e agivo poco e niente. Davvero non è per quello che sto male.
E poi comunque, anche fosse per quello, l’idea che la soluzione sia prendere un gatto, sostituirti con un gatto, be’ scusa non mi sembra molto lusinghiera. Soprattutto per te.
Che poi mi viene in mente adesso, giuro soltanto adesso, che ho detto una cavolata, prima. Che non è vero che quando studiavo la fisica quantistica e mi immaginavo tutte quelle cose di Schrödinger che preparava l’esperimento eccetera, poi io mi immaginavo due gatti, uno morto e uno vivo.
Quello che mi immaginavo era che, risolte tutte le sue equazioni, lui, Schrödinger, si allontanasse dalla lavagna tutto soddisfatto e guardasse la scatola e girasse un po’ per la stanza e poi mi immaginavo che gli venisse la curiosità, ma proprio una curiosità feroce, e che allora si torcesse le mani e si tormentasse la barba (non lo so se aveva la barba, io me lo immaginavo con la barba) e alla fine andasse verso la scatola e si chinasse e la sollevasse e ci guardasse dentro e ci restasse male.
Perché il gatto di Schrödinger sotto la scatola non era né morto, né vivo, sai.
E non ce n’erano due, non c’era proprio niente, sotto la scatola.
Il gatto di Schrödinger, non c’era più, era scappato.
Capisci cosa voglio dire?
Capisci il senso di tutto questo?
Eh?
Lo capisci?
Pronto?
Ma ci sei ancora? Sei lì?
Pronto?

af

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