La stanza

La pareti sono color lavanda, lisce, la vernice è stata stesa con molta cura. Le scruto attentamente, muovendomi parallelamente a loro, percorrendone la superficie col palmo della mano aperta, alla ricerca di piccole asperità, o di crepe, o di qualche altra imperfezione, ma non ne trovo. Senza dubbio l’imbianchino che ha lavorato qui sapeva il fatto suo.
Finito l’esame delle pareti passo il polpastrello dell’indice sul legno del comodino, poi sulla parte alta della testiera del letto. Mi muovo fino alla scrivania e faccio lo stesso, col medesimo risultato: nessuna traccia di polvere. La camera è stata pulita in maniera impeccabile, perfino al di là di quanto sarebbe lecito attendersi.
Mi siedo sul bordo del letto, sulla trapunta a fiori e mi complimento con me stesso per la scelta di quest’albergo.
Sono complimenti ipocriti, perché in realtà non ho deciso di prenotare una camera in questa struttura appellandomi a referenze di tipo igienico, ma solo per la posizione defilata e la vista del golfo che, come mi avevano assicurato, si può godere dalla finestra.
Non che io non dia importanza ad una certa attenzione nella pulizia dei locali (sebbene attirino maggiormente la mia attenzione altri particolari, tipo il frigobar, qui solo discreto), ma ho imparato ormai che ad una determinata cifra corrisponde con ragionevole sicurezza uno standard minimo accettabile di decoro.
Qui però siamo ben oltre lo standard e già pregusto la possibilità di vantarmi con lei della mia oculatezza, quando mi avrà raggiunto.
Adoro quando le cose che faccio risultano prive di appigli critici.
Cerco di immaginare la faccia della donna delle pulizie, poi mi chiedo perché io dia per scontato che sia una donna e non possa invece essere stato un preciso ed efficiente uomo l’artefice di questo trionfo di pulizia.
Con uno slancio mi chino verso il pavimento e sollevo la balza della trapunta per scrutare le condizioni del parquet sotto il letto. Perfetto anche qui.
Concludo che debba trattarsi senza dubbio di una donna, un uomo non si sarebbe mai preoccupato della polvere sotto il letto. Pulire anche ciò che non si vede è una questione di principio, di etica dell’igiene, completamente in contrasto con lo spirito prevalentemente pratico di un maschio.
Risolto il dilemma del sesso dell’inserviente, guardo l’orologio e scopro che lei ha già cinque minuti di ritardo. Niente di che a ben vedere, poiché quindici, venti minuti rappresentano la dimensione del suo ritardo abituale. Per sicurezza estraggo l’iphone dalla tasca interna della giacca e controllo che non mi siano arrivati messaggi o chiamate. Mi rallegro vedendo lo schermo completamente immacolato, indice che per ora nessun imprevisto si è frapposto tra noi e la nostra sera d’amore.
Gli appuntamenti rimandati all’ultimo istante, il sapore dei baci mancati, le erezioni tristemente inespresse, benché all’ordine del giorno quando si è amanti, sono una cosa che faccio da sempre fatica a sopportare.
Forte dei minuti di attesa che ancora mi aspettano decido di andare in bagno e farmi una doccia. Mi farò trovare con indosso solo l’asciugamano, legato in vita, con tutti i muscoli affilati nelle ultime settimane di palestra bene in vista. O meglio ancora completamente nudo, disteso sul letto in una posa michelangiolesca, il viso rivolto alla finestra, una gamba stesa e una piegata, puntellato su un gomito, con l’altro braccio proteso in avanti e i muscoli dorsali in bella vista. Mi dico che questo la ecciterà sicuramente e oltretutto conterrà quella giusta percentuale di grottesco necessaria a strapparla dai suoi pensieri e dai sensi di colpa per il marito lasciato a casa con una bugia.
Sotto la doccia, massaggiando dolcemente la cute, con le dita che si perdono in una profumata nuvola di shampoo, provo ad immaginare come sarebbe fare l’amore qui dentro con lei.
Contemplo le varie posizioni che potremmo assumere, immagino di insaponarle il seno, la pancia e poi il pube. Immagino la mia mano scivolarle tra le cosce mentre lei si ritrae solo leggermente, indietreggiando col bacino fino ad appoggiare i glutei contro il vetro della cabina, e contemporaneamente allunga una mano verso il mio pene, attirandolo verso di sé. Mi vedo sollevarle una gamba, la sento stringersi contro di me, mentre le scivolo dentro, tra il vapore dell’acqua bollente che mi scorre lungo la schiena.
Regolo la temperatura e mi sciacquo i capelli, cercando di allontanare quell’immagine che però si è già radicata in profondità nella mia mente e prima ancora che riesca a scacciarla ne ha fatta già germogliare un’altra. Lei che mi allontana e poi si volta, sorridendo maliziosa, e appoggia le mani contro il vetro inarcando al schiena verso l’interno, invitandomi a prenderla così.
Prima di essere costretto a masturbarmi chiudo completamente il getto di acqua calda lasciandomi investire da una pioggia gelida che spegne la mia voglia e mi riporta alla realtà.
Mi avvolgo l’asciugamano in vita e esco dalla doccia. Mi asciugo velocemente i capelli e mi applico un po’ di deodorante sotto le ascelle, contemplando contemporaneamente lo stato perfetto del mio fisico riflesso nello specchio sopra il lavandino.
Quando ho concluso quest’operazione e faccio per tornare verso il letto mi accorgo che sulle pareti della cabina doccia non è rimasta una sola goccia d’acqua. Mi chiedo quale prodigioso prodotto segreto possa aver usato la super donna delle pulizie e mi complimento un’altra volta con lei.
Sul letto provo varie posizioni, ogni volta scattando una foto con la fotocamera del cellulare per valutarne attentamente la potenzialità erotica.
Purtroppo nessuna delle immagini che vedo mi sembra sufficientemente vicina all’idea di irresistibile adone che avevo in mente di trasmettere. Così dopo altri innumerevoli tentativi mi metto a sedere con le gambe incrociate e medito se non sia meglio rivestirmi. In questo modo lei avrà la possibilità di spogliarmi e io di spogliare lei. Sarà una guerra, un’onesta guerra in cui ognuno dei contendenti potrà superare una ad una le barriere che lo privano del contatto diretto con la carne dell’avversario.
L’idea di farmi trovare nudo mi appare adesso completamente assurda e campata per aria, una incredibile cantonata.
Come ho pensato di poter rinunciare volontariamente alla sensazione delle sue mani che mi corrono sotto la camicia o che si intrufolano con un po’ di fatica nei miei calzoni, fino ad incontrare la punta del mio pene.
Salto giù dal letto e mi rivesto in tutta fretta, con il terrore che lei possa entrare da un momento all’altro, trovandomi indaffarato nell’indossare goffamente i miei indumenti.
Una volta ricomposto, prendo di nuovo il cellulare e constato che ormai i minuti di ritardo sono quasi trenta.
Vorrei chiamarla ma non so dove sia e se potrà rispondere e non mi va di metterla in difficoltà, allora le invio un messaggio chiedendole scherzosamente se ha intenzione di darmi buca.
Per ingannare l’attesa apro la finestra e accendo una sigaretta. Il davanzale è ovviamente immacolato e i raggi del sole, che si abbassa verso le pendici delle colline, si riflettono sull’acqua ferma del golfo come su uno specchio, accecandomi. Cambio posizione e inspiro una lunga boccata, considerando la vasta gamma di colori che compongono il paesaggio davanti a me e la loro incredibile velocità di cambiamento. L’angolazione del sole varia costantemente e così anche la sua luce e i colori da essa generata. Impercettibili sfumature continue, che non stravolgono l’immagine complessiva, ma la rendono minimamente diversa da se stessa, instante per istante. Concludo che quando una persona dice ad un’altra “guarda” indicando, ad esempio, un tramonto, la cosa a cui si riferisce già non esiste più, ne esiste un’altra quasi uguale, ma non quella di cui voleva condividere la visione.
Schiaccio la sigaretta nel posacenere e richiudo la finestra. Non mi è arrivato nessun messaggio di risposta e comincia a nascere dentro di me il dubbio che lei abbia davvero deciso di non venire.
Con il cellulare in mano mi connetto ad internet e apro la sua pagina facebook. Non c’è nessun aggiornamento. Solo una vignetta di Snoopy e una canzone di un gruppo che non conosco, postate entrambe in mattinata. Nessuna possibile spiegazione di questo misterioso ritardo.
Comincio a prendere seriamente in considerazione la possibilità di chiamarla.
Prendendo tempo per ponderare l’idea comincio a scorrere le foto del suo profilo. Una la ritrae durante un viaggio, all’interno di un camper, sta seduta su un divano, davanti ad un tavolino, le gambe raccolte, di lato, tiene una tazza di caffè fumante con entrambe le mani. Ha i capelli arruffati, come se si fosse appena svegliata.
Osservo i suoi piedi, appena visibili sotto il tavolo e di nuovo mi eccito. Risalgo le caviglie, su fino alle ginocchia, poi le cosce e una zona nascosta in cui comincia il suo ventre. Il mio sguardo percorre il suo corpo fino ai suoi occhi che fissano i miei mentre le tolgo delicatamente di mano la tazza e la appoggio di lato e la bacio, lentamente.
Penso a quanto sarebbe bello svegliarsi uno accanto all’altra, vederla così la mattina. Svegliarsi in viaggio, lontani da casa, e non sentire nessuna nostalgia. Oppure proprio a casa, in un posto tranquillamente familiare, un posto di sempre, svegliarsi con tutta la giornata davanti, fare colazione insieme. Si, sarebbe proprio bello.
Mi alzo e torno alla finestra per fumare un’altra sigaretta. Il portacenere sul davanzale è vuoto, probabilmente una folata di vento si è portata via la cenere e il mozzicone che ci avevo spento prima. O forse questa stanza si pulisce da sola, anche questo sarebbe bello.
Al rumore distinto di tacchi nel corridoio mi travolge un’onda di impazienza e felicità. Lei sta arrivando, schiaccio la sigaretta nel portacenere e mi volto di scatto, trascinandomelo dietro e mandandolo in frantumi sul pavimento.
I passi sono sempre più vicini e in tutta fretta chiudo la finestra e spingo col piede i pezzi di vetro e la cicca sotto il letto. Mi sistemo i capelli e mi preparo ad aprire la porta, ma i passi così com’erano comparsi svaniscono, probabilmente oltre la soglia di un’altra camera.
Quello che provo, quando torna il silenzio è sconforto. Mi abbandono sul letto, lo sguardo verso i faretti del soffitto, e mi metto a teorizzare i possibili motivi del suo ritardo.
Poi mi sbatto il palmo sulla fronte, come a punirmi della mia stupidità, e riprendo il telefono. In rete controllo le notizie aggiornate sul traffico e scopro che c’è un grosso ingorgo all’imboccatura della superstrada che porta fuori città. Ecco spiegato tutto. Si vede che io sono passato appena in tempo per evitarlo, altrimenti ora sarei in coda come lei.
Valutando i tempi di percorrenza segnalati dal sito e calcolando l’ora presunta a cui lei doveva essere partita, stimo di avere ancora venti minuti buoni di attesa. Avremo meno ore da dedicare all’amore, ma più fame. Forse lo faremo in piedi, senza neanche toglierci i vestiti, o strappandoceli di dosso.
Con l’iphone ancora in mano, sempre sdraiato sul letto, mi ricollego a facebook per cercare qualche altra sua foto che mi stimoli pensieri indecenti.
Il dito però mi scappa troppo velocemente sul touchscreen e quella che mi si apre davanti è una foto in bianco e nero di lei e suo marito.
Un giardino, probabilmente una casa in campagna. Lui è seduto su una sedia, lei in piedi lo abbraccia e si china su di lui. Appoggia la fronte alla sua, tiene una mano sul viso di lui, leggera, dolce, di una dolcezza tranquilla e quotidiana.
Mi giro su un fianco e con indice e pollice ingrandisco la foto, stringo sulle mani. Le guardo, ma non le riconosco. O meglio le riconosco, ma non conosco quel gesto, la sua naturalezza, la forza e la sicurezza contenute nell’amore espresso da quel tocco.
Sono così diverse dal disperato bisogno di afferrare di cui le so capaci io. Sembrano dire: “va tutto bene, sono qui”.
La differenza tra me e lui sta tutta in quel gesto. Un gesto di cui io, lo capisco con dolorosa certezza, non sarò mai il destinatario.
Mi chiedo a un tratto una cosa che non mi ero mai chiesto. Mi chiedo cosa cerchi in me, cosa riesca a darle io, che non trova nel suo rapporto, o se invece io non sia semplicemente una toppa per coprire un buco che lei non vuole vedere.
L’anno scorso, all’inizio della nostra relazione avevo per qualche tempo accarezzato l’idea che quello fosse il primo passo di qualcosa di più grande, che un giorno non lontano saremmo stati insieme. Mi illudevo che fosse innamorata di me e che questo potesse bastare, che si sarebbe separata e che avremmo cominciato una nuova vita insieme.
Una situazione classica: quando cominci ad amare qualcuno il futuro non riesci ad immaginarlo che splendente, pura felicità.
Non va quasi mai così. Probabilmente non va proprio mai così. Se due persone vogliono stare insieme stanno insieme. Io e lei non staremo mai insieme, non mi vedrà mai come suo uomo, fidanzato, marito. Io sono solo una vacanza dalla routine e dai pensieri. E per quanto mi sia sempre andato bene, in questo preciso momento non lo sopporto. Non sopporto di essere l’altro, di restare relegato, intrappolato, in una parte della sua vita di cui non è a conoscenza nessuno.
Mi sento un fantasma. Etereo, senza massa, senza spessore, lontano dalla realtà.
Mi rinfilo in tasca il telefono e scendo dal letto. Non dovrebbe mancare molto ormai. Decido di fumare un’altra sigaretta, per cercare di annebbiare le idee pesanti che mi si sono piazzate nella mente. È già la terza e dopo dovrò lavarmi i denti, o i miei baci avranno il sapore spesso e fastidioso del tabacco.
Riapro la finestra e il portacenere è al suo posto. Intatto, pulito, come se nessuno l’avesse mai usato.
Mi prende un lieve giramento di testa, faccio un passo indietro, barcollo, ho difficoltà a definire la mia posizione nello spazio e nel tempo. Non riesco a capire cosa sia successo.
Mi chino per guardare sotto il letto, ma non trovo nessun frammento, né cenere, né il vecchio mozzicone. Ora la testa mi gira davvero e devo fare altri passi all’indietro, fino a sedermi sul letto.
Faccio mente locale, cerco di essere razionale: non mi sono addormentato e quindi non può essere entrato nessuno a sostituire il posacenere mentre ero incosciente. E poi come avrebbero fatto a sapere che era rotto? E poi perché avrebbe dovuto farlo?
Nuovi passi provengono dal corridoio. Lei sta arrivando, finalmente, ma ora non so se resteremo qui. L’ansia di essere in qualche modo sorvegliato sta crescendo veloce dentro di me e non ci tengo a ritrovarmi in rete su qualche sito di filmati porno amatoriali e nemmeno, nel caso migliore, a mettermi semplicemente al servizio delle fantasie di un proprietario d’albergo morboso.
I passi finiscono nuovamente di fronte alla porta. Nessuno bussa, nemmeno questa volta era lei. Mi volto nuovamente verso l’interno della camera e noto che il letto è perfetto, sebbene prima io mi ci sia sdraiato e seduto più d’una volta la trapunta risulta perfettamente tesa, senza sgualciture.
Sento vacillare le gambe, ho bisogno di realtà. Afferro le coperte e le tiro via dal letto. Poi decido di spalancare la finestra, perché mi manca l’aria.
Guardo giù, sperando di vedere qualcuno, ma nella strada sotto l’albergo non passano macchine, non ci sono pedoni. Mi volto nuovamente verso l’interno della stanza e le coperte sono di nuovo al loro posto.
Sfaccio di nuovo il letto, apro i cassetti del comodino e della scrivania, tiro fuori e getto sul pavimento il loro contenuto (cartina stradale della città, pubblicità di una pizzeria, una bibbia), poi mi affaccio alla finestra e grido, più forte che posso, ma nella strada sottostante come prima non passa nessuno e comunque sarei probabilmente troppo in alto perché possano sentirmi. Allora, sempre gridando, prendo il portacenere e lo lascio cadere nel vuoto, aspettando di sentire lo schianto sul marciapiede.
Quando le corde vocali cominciano a farmi male mi volto  e la stanza è perfettamente in ordine, i cassetti chiusi.
Allora tiro via dal letto tutte le lenzuola e le getto fuori, le guardo allargarsi nell’aria, cadere lente, rigirandosi nel vento, finché non si adagiano sul marciapiede, lontanissime e piccole come un francobollo. Mi volto e il letto è fatto, lenzuola e copriletto sono lì.
Mi affaccio nuovamente alla finestra e in strada non c’è niente, il marciapiede è perfettamente sgombro.
Riprendo le lenzuola e di nuovo le getto, ma questa volta non le guardo cadere, questa volta fisso il letto, voglio vedere come succede. Lo fisso cercando di non sbattere mai gli occhi, mentre il cuore mi sbatte contro la cassa toracica e l’aria fatica ad entrare nei miei polmoni, finché sento nuovamente i passi nel corridoio e per un istante mi distraggo, guardo la porta, e il letto è di nuovo perfetto, i passi spariti.
Le gambe mi cedono, scivolo a terra, mi viene da piangere. Prendo il cellulare e chiamo lei, voglio sapere dov’è, se sta venendo a salvarmi, ma il telefono squilla a vuoto e io, in preda alla rabbia, lo scaglio contro il muro, vedendolo esplodere in mille pezzi.
All’istante mi pento e mi odio per quello che ho fatto, cerco di recuperare i frammenti e rimetterli insieme, quando di nuovo un rumore di passi mi distoglie dalle mie azioni.
Scatto in piedi e corro alla porta, mentre il ticchettio si avvicina, come metto una mano sulla maniglia della porta mi lampeggia la consapevolezza che non ho la minima idea di cosa ci sia oltre la soglia. Non so come sono arrivato qui, non ne ho memoria. Ricordo di essere uscito dall’ufficio, di aver preso la macchina e di aver imboccato la rampa di accesso alla superstrada, nient’altro. Mentre cerco un’immagine qualunque del parcheggio dell’hotel o della hall o delle scale o del concierge, il suono dei passi svanisce.
Terrorizzato giro la maniglia e con un balzo mi scaglio fuori da quella stanza.
Mi ritrovo nel buio, completo, non vedo nulla, nemmeno le mie braccia. A tastoni muovo una mano sulla parete alla mia destra alla ricerca di un interruttore. Lo trovo nel momento stesso in cui la porta si richiude alle mie spalle. Resto un secondo così, perso nell’oscurità, poi premo l’interruttore. La luce si accende con il bagliore istantaneo di un lampo e mi mostra la stessa camera da cui sono uscito. Precisa, in ordine, pulita. Le pareti lavanda, il letto in perfetto stato, la finestra con la vista sul golfo. Sul pavimento, vicino al letto ci sono i frammenti del mio telefono cellulare.
In preda al panico mi giro di scatto e riapro la porta, oltre la soglia di nuovo il buio, mi addentro perché l’interruttore è ad una distanza tale che non posso raggiungerlo se non avanzando nel vuoto che ho davanti. Reggendomi su una sola gamba faccio scorrere un braccio sul muro alla ricerca dell’interruttore tentando contemporaneamente di impedire con l’altra gamba, tesa all’indietro, che la porta si richiuda. Non ci riesco, quando le mie dita trovano la placca metallica sulla parete perdo l’equilibrio e quasi cado per terra. La porta sbatte alle mie spalle, resto al buio, decido di non accendere la luce, provo ad avanzare, sperando che i miei occhi si abituino all’oscurità e mi mostrino i contorni di un corridoio. Dopo qualche passo le mie ginocchia trovano un ostacolo, mi chino per toccarlo, è morbido, è un letto. Le immagini dello spazio che mi circonda cominciano a chiarirsi, mostrandomi inequivocabilmente che sono sempre dentro la solita stanza.
Mi giro nuovamente e corro dalla porta, accendo la luce, l’esito è sempre lo stesso, ma io continuo. Mi volto un’altra volta nella direzione da cui sono venuto. Poi un’altra. Poi un’altra.
Non cambia niente, ma continuo a correre di camera in camera finché le gambe mi fanno così male che non posso più fare un passo. Cado, la schiena sul pavimento, piango, poi rido, poi urlo.
Poi svengo.

Ora sono qui da non so più quanto tempo. L’isteria è pian piano svanita, lasciando il posto a una curiosità infantile, da bambino che scopre il mondo. Ho preso confidenza col mio nuovo spazio, ho fatto ogni esperimento mi sia venuto in mente. Ho distrutto tutto, i cassetti a calci, lo specchio e il vetro della cabina doccia, le ante dell’armadio a pugni, ferendomi. Ogni volta, appena distolgo lo sguardo, tutto torna come prima. Spariscono anche le mie ferite.
Fuori il tempo non scorre, c’è sempre il solito tramonto, che poi ho deciso io che sia un tramonto, in realtà, per quanto ne so, potrebbe anche essere un’alba. In ogni caso non cambia, non finisce, né inizia. Cambia, semplicemente cambia.
Mi sono anche buttato dalla finestra. Tre o quattro volte, non ricordo precisamente.
Ogni volta non ottengo altro che precipitare, vedere il suolo che si avvicina, schiantarmi. E poi risvegliarmi dentro la camera, sdraiato sul letto.
Il primo tentativo di suicidio l’ho fatto al culmine della disperazione, dopo aver inutilmente distrutto la stanza, dopo aver visto sparire i tagli e i lividi dalle mie mani. Gli ultimi due così, solo per sfizio, l’ebbrezza del volo.
Dal momento che ho finito le sigarette è sparito anche il posacenere, ma questa è l’unica apprezzabile variazione che io abbia notato nell’arredo. Il resto è identico. In questa camera come in quella che sta oltre la porta.
Da mangiare non mi manca, sebbene la dieta che seguo non possa dirsi una dieta varia: biscotti, crackers, birra, vino e aranciata. Tutto quello che prendo dal frigobar, una volta finito sparisce e ricompare, rinnovato, al suo posto.
Ogni tanto si sente un rumore di passi, passi femminili, tintinnio di tacchi, i suoi, ma poi tutto svanisce, nessuno apre mai quella porta. Dovrei averlo imparato ormai, dovrei essermi rassegnato, eppure ogni volta che sento quei passi una parte di me sogna che sia diverso, che sia davvero lei, questa volta. Che apra la porta e venga verso di me, seduto sul letto, e si chini e mi abbracci come fa in quella foto. E mi dica: “va tutto bene, sono qui io. Andiamo a casa”.
So che non succederà mai, ne sono perfettamente consapevole. Così come so anche che sarebbe meglio non farlo, eppure non ci riesco, non riesco a impedirmi di sperare.
E probabilmente è proprio questo, in definitiva, il senso di questa stanza: un non luogo in cui si è eternamente prigionieri d’una trepidante e delusa attesa d’una persona amata.
L’inferno.

af

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