Nessuno vuole chi arriva secondo

A me non mi vuole nessuno.
Non è che la gente mi eviti, mi frequentano, a qualcuno piaccio pure, ma come passatempo, senza impegno, se ci sono bene, sennò fa lo stesso. È sempre stato così, ma sempre sempre. Proprio dall’inizio.
Tipo i miei genitori mica mi volevano. È un dato di fatto, me l’hanno detto, gliel’ho fatto confessare.
Son poi stati anche dei bravi genitori. Ottimi direi, però non mi volevano, gli son capitato. E son cose che qualche segno dentro te lo lasciano, è inevitabile.
Anche solo per il fatto che quando la scopri, una cosa così, non hai mica cinque anni, ne hai di più, e ormai, inevitabilmente, ti sei già beccato un tre o quattro rifiuti come minimo. Tipo le tue compagne delle elementari. E poi quelle delle medie. E delle superiori.
Quelle che mi piacevano non mi hanno mai voluto davvero.
Poi capita che dopo una, due, tre volte che la gente ti illude e poi ti esclude, se scopri anche questa cosa che manco chi ti ha creato aveva intenzione di crearti, capita che te lo chiedi il perché nessuno ti voglia. E scopri che una risposta a questa domanda non c’è.
Ce ne sono mille.
Laura, in terza elementare non mi voleva perché ero grasso, mamma e papà non mi volevano perché quanto a figli pensavano di essere a posto così, i miei amici non mi volevano mai in squadra perché ero scarso, a qualunque gioco. Monica non mi voleva perché le piaceva di più il mio amico Samuele. Era il mio migliore amico, Samuele.
Poi c’è stata Chiara, che è una storia un po’ diversa.
Chiara pensavo che mi volesse, a dire la verità, perché si passava così tanto tempo insieme, e mi prendeva la mano, e mi abbracciava, e quasi si addormentava sulla panchina al tramonto, con la testa appoggiata sulla mia spalla.
Chiara poi quando una sera, lì sulla panchina, ho provato a baciarla ha fatto un balzo all’indietro e poi è scattata in piedi e si è puntata l’indice alla tempia e ha detto, Ma sei scemo?
L’ha detto come se quello che avevo fatto fosse il gesto più assurdo del mondo, l’ultimo che si sarebbe mai aspettata da me.
Le ho chiesto scusa e non ne abbiamo parlato mai più.
Quindi Chiara non lo so perché non mi voleva, anche se il fatto che adesso sia fidanzata con una biologa marina di Cesenatico qualche sospetto me lo fa venire.
Comunque il risultato anche quella volta fu lo stesso, e poi non c’entra Chiara adesso. Era sempre per dire che alla domanda perché non mi vogliono ci sono tante risposte diverse.
E tutte queste risposte, perché sei brutto, perché sei scarso, perché sei basso, perché c’hai il naso grosso, perché non sei capace, perché ci rallenti, perché sei uno sfigato, baci da schifo, che ti salta in mente di infilarmi una mano sotto la maglietta al primo appuntamento, brutto maniaco del cazzo! Ecco, tutte queste risposte qua per un po’ non mi hanno portato a nient’altro che a urlare continuamente, Andate tutti affanculo, stronzi di merda! Che è una cosa che non funziona un granché per lenire le ferite dell’anima. E non da nemmeno tutta questa soddisfazione.
Allora finisce che uno le prende, tutte quelle risposte, le considera, le riconsidera, avvia, come ho fatto io, un lunghissimo processo di analisi e alla fine, dopo uno stremante sforzo di sintesi, le condensa nell’unica spiegazione possibile: è lui che è sbagliato.
Da lì in poi è tutta discesa. Gli altri che non ti vogliono non sono stronzi, non sono persone cattive, sono persone che hanno ragione. E se ci pensi bene nemmeno tu ti vuoi, solo che a te ti tocca. Ed è pure giusto così, perché ti sentiresti un verme ad infliggere a qualcun altro la sfiga di essere te.
Perciò ormai io vivo bene. Quando tipo i miei colleghi non mi invitano a una cena e poi il giorno dopo ne parlano alla macchinetta del caffè e quando arrivo cambiano discorso dopo un brevissimo silenzio imbarazzato, oppure mi dicono, Scusa c’eravamo dimenticati, non so come possa essere capitato, ma tranquillo recuperiamo alla prossima, vuoi mica un caffè, offro io, ops… scusa pensavo di avere ancora soldi nella chiavetta. Ecco, quando succedono queste cose qui che è evidente che la gente non mi ha voluto, io sorrido e dico, Non importa. Oppure dico, Pazienza, non starci a pensare, non fa niente.
Da quando sono arrivato a questa conclusione vivo molto meglio e li lascio anche sempre un po’ spiazzati, gli altri.
Solo che non è che funzioni sempre.
Tipo l’altra sera ero con questa ragazza, Irene, che è una mia collega che si scherza spesso, in ufficio, ed è un po’ che le volevo chiedere di uscire, e alla fine gliel’ho chiesto, e siamo usciti. Andava tutto benissimo e le avevo offerto l’aperitivo e poi le avevo offerto la cena e per tutto il tempo lei rideva e rideva, e diceva che stava bene con me che la facevo ridere e che le facevo dimenticare tutti i suoi pensieri cupi. E allora, siccome stavo bene anch’io, ho abbassato la guardia e ho cominciato a pensare che lei fosse diversa, che forse mi voleva davvero. E così le ho offerto anche una birra e poi un’altra e un’altra ancora, giusto per sicurezza, e poi mi sono offerto di accompagnarla a casa e l’ho accompagnata e poi sotto il portone di casa sua, che a quel punto, sarà stato l’alcol, pensavo davvero di amarla e che lei mi amasse, mi sono sporto in avanti per baciarla e lei ha detto, No, scusa, non posso.
Io allora le ho detto, Figurati, mi sarei meravigliato del contrario. Che è una cosa che a lei l’ha un po’ sorpresa e allora mi ha chiesto, Cosa? E io ho detto solo, No, niente.
Sono tornato alla macchina e sono ripartito senza tristezza, solo con l’ansia che mi fermassero le guardie, perché davvero avevo bevuto troppo.
Poi quando sono arrivato a casa, che ero ancora piuttosto ubriaco, ho pensato che l’amore è una cosa che ti fa sbagliare, sempre. Se qualche volta non ti fa sbagliare è solo un caso.
Allora siccome mi piaceva molto questo pensiero e avevo paura di dimenticarmelo, ho preso un gessetto rosso e l’ho riassunto sulla lavagna di cucina nella frase “L’amore è un pregiudizio”.
Poi la mattina dopo, prendendo il caffè l’ho riletta e ho pensato che era veramente una bella frase e che doveva essere davvero vera, perché nonostante l’avessi partorita da sbronzo me la ricordavo benissimo, non sarebbe stato necessario segnarla sulla lavagna.
Allora sono andato a vedere su treccani.it la definizione di pregiudizio e c’era scritto “Idea, concepita sulla base di convinzioni personali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore” e allora mi sono ancora più emozionato per la lucidità e la verità del mio pensiero e ho cominciato a credere, un po’ assurdamente, che quella frase lì, “l’amore è un pregiudizio”, sarebbe piaciuta un sacco e avrebbe fatto capire a tutti che ero una persona intelligente, con cui è interessante parlare perché ha dei pensieri luminosi, una persona che magari la vuoi vicino.
Così ho preso una pastiglia per il mal di testa, pensando che le cose possono sempre cambiare, e poi mi sono fatto una doccia, pensando che a volte basta un piccolo particolare a rivoluzionare l’immagine di una persona, e dopo sono corso al lavoro, pensando che adesso basta, non sarei stato più quello che nessuno lo vuole.
Lì, in ufficio, non ho fatto niente, me ne sono restato tranquillo a guardarmi dei video su youtube, aspettando che fossero le undici. Poi, alle undici e cinque sono sceso in area relax e mi sono inserito nel capannello dei colleghi in pausa caffè e ho cercato in tutti i modi di pilotare la conversazione in modo da poterci infilare ad un certo punto la mia frase. E quando alla fine, dopo molti sforzi ce l’ho fatta l’ho detta. Ho preso fiato e ho detto, L’amore è un pregiudizio.
Allora subito si è creato un silenzio carico di ammirazione e io ho gonfiato un po’ il petto e mi sono predisposto a gustarmi il mio successo, che da quel momento in poi sarebbe stato travolgente.
Poi Trafossi ha detto, B-Bukowski.
Allora il silenzio si è allungato ancora di più e tutti guardavano verso di me con aria interrogativa. E io, non sapendo bene cosa fare, ho fissato un po’ risentito, Guido Trafossi, contabile,  che è uno che mi sta pure antipatico, e ho detto seccamente, Come? No è mia.
Poi Trafossi ha detto, M-ma-magari mi s-sbaglio. Balbetta, quel coglione di Trafossi. Poi nessuno ha detto nient’altro che era l’ora di tornare al lavoro e quella diatriba li aveva già tutti annoiati.
Così se ne sono andati, sono tornati ognuno alla sua scrivania, sfilandomi accanto. Qualcuno, non saprei dire chi, mi ha anche dato una pacca di incoraggiamento su una spalla.
Sono rimasto solo, con un bicchierino di carta in mano, al centro dell’area relax.
Dopo ho guardato su google e niente, aveva ragione Trafossi.
Che poi in realtà significa che avevo ragione anch’io, solo che sono arrivato dopo Bukowski.
E nessuno vuole chi arriva secondo.
Non lo vorrei nemmeno io.
Sulla lavagna della cucina di casa mia adesso c’è scritto, rosso su nero, “L’amore è una forma di pregiudizio” Henry Charles Bukowski.
Se veniste a trovarmi lo potreste vedere.
Volete venire a vedere?
No, certo che no.
Scusate.

af

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